Buonanotte Veracruz

Una giornata particolare che riassume i disastri di un Messico alla deriva. Prima parte di un dario in un Paese martoriato

Con questo articolo comincia un “dario messicano” di Guendalina Anzolin in visita in Messico.

È una serata fredda e piovosa quella del 9 febbraio scorso a Xalapa nello stato messicano di Veracruz. Cade una pioggerellina fine e fastidiosa, di quella che ti bagna gli occhiali ma che non ha bisogno di ombrello. Fa molto freddo ma non abbastanza per dimenticare quello che è successo sei mesi fa, e che continua a succedere. Il punto d’incontro è la Rueca de Ghandi (libreria di riferimento per chi resiste) dove si staglia, proiettata sul muro, l’immagine di Nadia Vera, uccisa la notte del 31 luglio con il giornalista Ruben Espinosa e altre tre persone nella colonia di Navarte a Città del Messico. Il 9 febbraio avrebbe compiuto 33 anni, la giovane attivista di Chiapas. «E’ stato un segnale per tutti, di solito i giornalisti venivano a Città del Messico per sentirsi protetti, ma quello che è successo a Ruben e alle quattro giovani donne ci fa capire che non siamo più sicuri da nessuna parte», commenta un giornalista che risiede nella capitale da otto anni.

Sono in pochi alla libreria Ghandi, l’atmosfera è pesante, triste ma resistente: sono più deboli dello stato che uccide, ma più perseveranti. «Sono circondato da persone che mi appoggiano, ma so che quando ci salutiamo potrebbe essere l’ultima volta, per entrambi. Ormai siamo abituati», racconta l’attivista per i diritti umani Ruben Figueroa del Movimento Migrante Mesoamericano, un vero e proprio simbolo della Resistenza di questo paese.

Veracruz è un teatro dove lo spettacolo di questi ultimi mesi sembra non voler terminare. L’11 gennaio cinque giovani sono stati fatti sparire da Tierra Blanca: involucrati nel crimine? Giornalisti fastidiosi? Attivisti che hanno messo il naso dove non dovevano? Nulla di tutto ciò, cinque normalissimi giovani che lavoravano duramente durante la settimana e che si erano presi qualche giorno di descanso (riposo). Questa volta i genitori si sono mossi subito, hanno fatto arrivare la notizia a mezzi nazionali e internazionali, hanno insistito perché “cinque giovani non possono sparire così”. Il 9 febbraio le autorità nazionali hanno inviato i resti che dovrebbero corrispondere a due dei cinque desaparecidos: tre centimetri di ossa, racchiusi in uno scatolone marrone con la scritta rossa fràgil. Questo è tutto ciò che meritano, in uno stato complice, i genitori di questi ragazzi.  I resti sono stati trovati nel rancho El limon nel comune di Tlalixcoyan nello stato di Veracruz, utilizzato dal crimine organizzato -con la complicità delle forze dell’ordine- per far sparire centinaia di persone sequestrate negli ultimi anni. Secondo le indagini si parla di oltre 400 corpi, nell’ennesima fossa clandestina.

Sempre quel giorno sono stati trovati i resti della giornalista Anabel Flores, sequestrata da un comando nella propria abitazione a Mariano Escobedo il 7 febbraio. «Sapeva più cose di quello che scriveva, questo è il problema qui”, mi dice un giornalista di Xalapa. Il corpo di Anabel, mamma di due bambini uno dei quali nato qualche settimana fa, è stato ritrovato a Puebla: busta di plastica intorno alla collo, pantaloni abbassati, felpa sollevata al petto e mani legate dietro la schiena, la giornalista è stata ritrovata sul ciglio di una strada provinciale. Sale a diciassette il numero dei giornalisti sequestrati e uccisi a Veracruz durante il mandato del governatore Javier Duarte. La squadra di periti argentini afferma che non è stato riscontrato nessun indizio scientifico che confermi che i corpi dei 43 studenti di Ayotzinapa siano stati bruciati nella discarica di Cocula, come aveva detto la Procura Generale della Repubblica.

Papa Francesco ha iniziato il suo viaggio nel paese martoriato da una guerra silenziosa e drammatica, a cui guardano in pochi. Buonanotte, Veracruz.

(ph. CUARTOSCURO.COM in www.animalpolitico.com)