Pd veneto: se le danno di santa ragione

Naccarato insiste sul flop e la tendenza all’inciucio dell’attuale dirigenza. De Menech ribatte duro: pensi a lavorare sul territorio. Dove regna il caos

Mentre i giorni passano, al Pd in Veneto viene sempre più a mancare la terra sotto i piedi. Livello friabilità: molto elevata, tipo wafer. A Verona sin dall’autunno 2015 tra sinistra e dissenzienti da un lato e ala “iper-renziana” dall’altro volano gli stracci. A Rovigo la lotta tra la vecchia guardia e quella dei rinnovatori ha riempito le cronache dei giornali locali. A Padova volano ceffoni per l’affaire dello stadio nuovo e s’infiamma una polemica al vetriolo tra il segretario patavino Antonio Bressa e il cosiddetto gruppo Praglia (leader: il senatore Giorgio Santini), che accusa Bressa di immobilismo e di insipienza dopo la sconfitta del centrosinistra alle comunali. A Treviso la dissidente Maria Stella Caldato è stata espulsa dal partito dopo le accuse di quest’ultima all’amministrazione Manildo sulla gestione di una società municipalizzata. La vicenda è finita addirittura sul blog di Beppe Grillo come esempio di una asserita mancanza di spirito democratico nel Pd, che a sua volta accusa Grillo di attentare alla indipendenza dei futuri consiglieri comunali romani eletti nel M5S.

Ma non é finita. In Regione il capogruppo Alessandra Moretti viene presa di mira dal deputato padovano Alessandro Naccarato per avere “barattato” con la maggioranza di Zaia alcune poltrone di Veneto Sviluppo riservandole a soggetti vicini alla fondazione Kairos riferibile alla stessa Moretti. A Venezia risuona ancora l’eco della notte dei lunghi coltelli che in primavera ha portato un pezzo del partito a schierarsi contro il candidato sindaco del Pd Felice Casson. Il tutto mentre duecento militanti sparsi sul territorio invocano il congresso regionale chiedendo al dimissionario coordinatore regionale, l’onorevole Roger De Menech, di identificare una data tanto certa quanto ravvicinata.

A Venezia come a Verona e a Vicenza (dove il Pd è attaccato sul caso BpVi) molti militanti ritengono che il partito sia in un limbo che non verrà superato se non quando si saranno definiti le candidature per le prossime politiche. Che potrebbero essere anticipate rispetto alla scadenza naturale del 2018, se il governo dovesse cadere dopo un esito negativo al referendum sulla riforma della Costituzione. Se a questo si aggiunge che in Veneto, l’attuale vertice altro non é che un compromesso tra l’anima renziana, rappresentata dal segretario uscente De Menech, e i visir fedeli all’ex segretario nazionale Pier Luigi Bersani i giochi si complicano vieppiù: «questa mancanza di prospettiva lascia spazio solo a chi nel Pd difende lobby, interessi o posizioni di potere», ci dice un membro della segreteria provinciale rodigina che chiede l’anonimato.

Interpellato da Vvox, Naccarato rincara la dose: «Dopo il risultato delle regionali, che segnano il punto più basso del Pd e del centrosinistra da sempre, sono entrati in crisi il progetto politico e la proposta politica del Pd nel Veneto. Dalla data del voto ad oggi non è cambiato nulla, anzi la situazione è peggiorata perché non si è presa nessuna decisione. Quando poi vengono affrontate le singole questioni si manifesta questo stato di crisi profonda. Un esempio? Quello delle infrastrutture e della Pedemontana Veneta. Siamo in presenza di un documento della Corte dei Conti trasmesso al Parlamento che spiega un sistema di programmazione, progettazione e realizzazione di un’opera pubblica disastrosa e fallimentare. Di fronte ad una situazione del genere non c’è stato nessuno tra i democratici in consiglio regionale che abbia posto con forza la questione. Unica eccezione è quella di Andrea Zanoni. Così ci sono due opzioni in campo. Quella per cui alla fine decide il governatore leghista Luca Zaia e il Pd fa un po’ da stampella. L’altra opzione è quella di costruire una visione alternativa che non c’è stata alle elezioni perché quando uno prende il 20% non c’è stata una visione alternativa. In tempi brevi bisognerà giungere ad un congresso regionale. Il primo che ha posto la questione è stato lo stesso segretario regionale Roger De Menech, il quale molto seriamente ha addirittura messo il suo mandato a disposizione. Il fatto è che nessuno è in grado di gestire la situazione».

La Moretti, richiestole un commento, non replica. Lo fa invece De Menech, in queste ore impegnato in un tour de force sul territorio nel Bellunese: «È indubbio che la sconfitta ha messo in crisi il Pd veneto tanto che io ho subito messo a disposizione il mio mandato. Ho molto rispetto dei duecento militanti che chiedono il congresso. La questione è che dopo avere rimesso il mio mandato è stato il partito nazionale ha chiederci di congelare la situazione in attesa che siano formulate alcune nuove regole interne. Quindi io dico a molti amici del Pd che finiscono spesso sui giornali che quando a livello nazionale si stabiliscono delle cose il partito regionale le rispetta». Il segretario non manca di bacchettare i cosiddetti frondisti come Naccarato: «dobbiamo uscire dalla logica per cui il fine ultimo di tutto è il partito. In questi mesi si poteva fare politica sul territorio, come il sottoscritto ha fatto, parlando di Valdastico Nord, di lavoro, di ambiente, di sistema delle concessioni autostradali da ripensare. Vedo invece un accanimento sulla liturgia della politica che ai cittadini – Renzi ce lo insegna – non interessano più».

«Nessuno nasconde che proprio prima di andare alle regionali si scelse di stare tutti uniti», sottolinea De Menech ammettendo così la disunione di fondo. Ma al contempo lancia un monito: «non dimentichiamoci che oggi molto è cambiato. L’ala che faceva capo a Pippo Civati non c’è più perché quest’ultimo ha abbandonato il partito. La sinistra è divisa su più fronti. Un pezzo della stessa se n’è andata. È cambiata la geografia del partito. Ma soprattutto quando uno si concentra sulle questioni interne e non sulle proposte è perché è a corto di un orizzonte politico degno di questo nome». Tradotto: le forze in campo non sono più quelle della primavera dell’anno scorso. E, aggiungiamo noi, i cosiddetti dissenzienti stiano in campana perché il segretario nazionale, Matteo Renzi, non vuole scocciature esternate sui media. Il redde rationem prima o poi arriva.