Immigrati al posto dei figli: meritata decadenza

Gli impietosi numeri del calo demografico fanno invocare la “sostituzione” straniera, anziché tornare a metter su famiglia. Declino meritato

Il sociologo Vittorio Filippi sul Corriere del Veneto (“Muri per tenere gli immigrati”, 21 febbraio) ragionava sul calo demografico italiano focalizzato sul Veneto, arrivando alla conclusione che solo l’afflusso di persone fornito dagli immigrati potrà salvarci dal declino. Rispetto all’anno scorso ci sono 139 mila italiani e 11 mila veneti in meno. Nella nostra regione le donne scodellano 1,39 figli a testa, per l’esattezza a 1,26 se italiane, e a poco più di 2 se immigrate. Secondo l’annuale rapporto Istat sulla demografia presentato l’anno scorso, nel Nordest ogni 5 nati uno é straniero. Messa così, col metro dell’utile, ovvero mantenere un livello decente di ricambio generazionale, come dar torto a Filippi?

Però, però. A parte il fatto che il pensiero economicista che va per la maggiore predica che non più il numero sia potenza bensì la qualificazione e la specializzazione dei giovani (anche in senso degradante, nei lavori più umili da cui scappano i baldi italianos: chi va a raccogliere pomodori Puglia, spaccar pietre in Toscana e lavorare nella concia nel Vicentino, se non gli immigrati?), non é affatto detto che le mamme extracomunitarie continuino a sfornar pargoli con questa intensità. Sempre l’Istat faceva rilevare che dal 2013 al 2014 il numero medio di figli delle straniere in tutta Italia era passato da 2,1 a 1,9. Più precisamente, l’istituto statistico scriveva che «è… in rapida diminuzione e il loro contributo alla fecondità complessiva della popolazione si va progressivamente riducendo». Il Veneto primeggia perché qui, come nel resto delle Tre Venezie e nel Nordovest, si concentra il maggior numero di immigrati stabili e ben inseriti. Per il banale motivo che qui si vive economicamente e socialmente meglio, perché nonostante la crisi il lavoro tira ancora. Ma quel calo può essere la spia che le madri stranieri col tempo si “italianizzeranno”, cioé diventeranno meno prolifiche. Non sarà casuale che la fecondità della popolazione femminile immigrata iniziava già qualche anno fa a scendere in una delle regioni italiane più ricche e meglio attrezzate in servizi sociali e maternità, l’Emilia-Romagna (“Diminuisce la fecondità delle donne straniere in Emilia Romagna”, http://www.sistan.it, 2 settembre 2013).

E infatti diventare come gli italiani significa non solo figliare meno, ma anche essere meno fecondi: l’età media delle madri è arrivata a 32 anni. Non solo: ma anche essere meno disponibili a fare famiglia, se é vero che sui 136 mila che nel 2014 (ultimi dati disponibili) hanno abbandonato il nostro Paese, 90 mila erano italiani, e il resto stranieri in cerca di lidi più propizi. A fronte di ciò, la coorte degli anziani é sempre affollatissima, checché ne dica Filippi allarmato per i 3700 morti veneti in più fra gli incanutiti. L’età media sul territorio nazionale è in costante aumento di due decimi all’anno dal 2011. Aumentano proprio i “grandi vecchi”, cioè gli individui con almeno 80 anni.

Guai a chi alza muri, dice Filippi citando papa Francesco. La soluzione sarebbe invece, semplicemente, tornare a fare quello che hanno sempre fatto i padri e le madri: figli. Questa alternativa non viene neanche più in mente perché di essere padri e madri, i ventenni e trentenni (con punte fra i quarantenni) non hanno nessuna voglia. Autocritica: la mentalità comune é talmente aliena dalla terrorizzante assunzione di responsabilità e sacrificio che comporta il metter su famiglia, che ormai abbiamo rinunciato a priori perfino all’idea, invocando la salvezza dalla vitalità straniera. Che colma fisiologicamente il vuoto della nostra sterilità esistenziale. E non si accampi la scusa che non ci sono soldi per mantenere la prole: quando gli italiani erano più “poveri ma belli” (anni ’50-’60-’70) le famiglie erano numerose. Solo che i soldi non si spendevano in cazzate, le occupazioni erano dure sì ma non precarie e ricattabili come oggi, e soprattutto la famiglia aveva più valore. Ora siamo tutti quanti dei maledetti individualisti, tristi e assatanati. Perciò, se non siamo più in grado di rigenerarci, ce li meritiamo, i fecondatori d’oltre confine. Ma come risultato di una sconfitta, come la nostra nemesi. Ci sta bene.