Vicenza di uccidere

Tre episodi (Gervasutti su caso Mattielli, Bulgarini su Fondazione Roi, Variati su condanna a Marzotto) che fanno riflettere. Sul pericoloso andazzo nel capoluogo berico

A Vicenza la logica, il buonsenso, il buon gusto e la decenza sono in pericolo. Circolano troppi soggetti che vogliono far loro la pelle. E son tutte persone rispettabili, sia chiaro. Con la Vicenza di uccidere (la suddetta logica, buonsenso, buon gusto e decenza).

Doppiopesismo giudiziario. Il direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti, nel suo fondo di ieri (“Una scelta ingiusticabile”) accosta la condanna per tentato omicidio a Ermes Mattielli con la fedina penale pulita di uno dei due ladri, Cris Caris, ribeccato a rubare questa volta una motofalciatrice, assieme al padre Enzo. Cris risulta incensurato perché l’appello che aveva fatto contro la condanna a quattro mesi per il tentativo di furto a Mattielli é rimasto fermo dalla fine del 2008, facendo scattare la prescrizione. Sostiene Gervasutti: colpa dei giudici, che sul processo Mattielli sono stati degli speedy gonzales e con il ladruncolo hanno chiuso tutti e due gli occhi. Inoppugnabile: la giustizia non dovrebbe avere doppie velocità, anche se i reati ipotizzati sono di diversa gravità. Ma messe in conto tutte le attenuanti del caso (lentezza e pochezza d’organico, fra toghe e cancellerie) che comunque non fanno da giustificanti, quel che ci aspetteremmo da Gervasutti é ricordare che i politici che lui difende sono stati gli ideatori e autori di una legge, la ex Cirielli, che ha tagliato i termini di prescrizione. Una legge talmente obbrobriosa che lo stesso primo firmatario, Edmondo Cirielli, fu preso da tale schifo che la ripudiò. E lo schifo gli venne perché quella norma era stata concepita per salvare qualche amico dell’allora premier Silvio Berlusconi (processo Previti), e Berlusconi stesso (processo Mills). Soltanto che a beneficiarne sono anche i ladri di polli, i delinquenti di strada e i criminali in genere. Non soltanto i colletti bianchi e gli amici degli amici. Odiosissimi gli uni e gli altri. Però sui secondi, di editoriali intrisi d’indignazione ne leggiamo pochini. Sui primi, invece, ne leggiamo anche troppi.

Sfondazione Roi. «La fondazione Roi ha nel patrimonio un numero cospicuo di azioni della Banca popolare e il Comune non è socio della Fondazione. Quelle azioni fanno parte del lascito statutario del marchese Roi, ma la svalutazione induce preoccupazione. Per questo speriamo si elabori una strategia precisa». Così Jacopo Bulgarini d’Elci vicesindaco e assessore alla cultura, pardon crescita, sul Corriere del Veneto del 24 febbraio. Ci sfreghiamo i bulbi oculari e stupiamo. La benemerita e prestigiosa Fondazione lascito del marchese Giuseppe Roi ha in pancia 29 milioni di euro in azioni della Popolare (qui un nostro approfondimento). Anzi li aveva, perché col vertiginoso crollo del valore a 6,3 euro ad azione, ora ne ha 2,9. Il grillino Daniele Ferrarin ha chiesto all’amministrazione berica cosa intende fare, visto che il ruolo della Roi nella vita del Museo Civico di Palazzo Chiericati é stato ed é decisivo. La risposta é quella lì, a firma Bulgarini. Che non é una risposta: é mettersi in preghiera a mani giunte e supplicare il buon Dio, il Fato o qualche ignoto deus ex machina perché venga in soccorso e si inventi qualcosa, preferibilmente una “strategia precisa”. Precisa, sì. Precisamente, il vicesindaco non sa che dire. E che fare. Potrebbe chiedere lumi al presidente della fondazione. Pare si chiami Gianni Zonin.

Marzotto conta meno di un accattone (per Variati). Matteo Marzotto condannato in primo grado per evasione fiscale resta presidente della Fiera di Vicenza, della scuola per manager Cuoa di Altavilla Vicentina e nel Cda di BpVi senza fare un plissé. E ci sta: logico e fisiologico che il diretto interessato si dica innocente e, forte dell’articolo 27 della Costituzione repubblicana che lo rende presunto non colpevole fino alla Cassazione, non si schiodi dalle poltrone, specie da quella della Fiera controllata pubblica al 98%. Ci sta, naturalmente, se il de cuius resta impassibile di fronte alla questione non giudiziaria, ma dell’opportunità etica di rimanere a gestire soldi della collettività in Fiera, nel Cuoa, di una miriade di enti, università e associazioni di categoria e 117 mila risparmi in BpVi, pur essendo emersi fatti che creano oggettivo imbarazzo. Ma si vede che questa sensazione, Marzotto non la prova. Legittimo che si abbarbichi alle sue presidenze. Inopportuno che lo faccia. E scandaloso che non se ne faccia un problema il socio di maggioranza della Fiera, ovvero il sindaco e presidente della Provincia di Vicenza, Achille Variati. Che il 20 dicembre 2013 esultò alla nomina del rampollo marzottiano, pur essendo stata firmata non da lui, ma dal terzo azionista pubblico, la Camera di Commercio. Forse, chissà, oggi esulta un po’ meno. Ma non gli esce parola di bocca. Si vede che pure Variati con l’etica ha un rapporto leggero. Sorvolante, diciamo. Ma sì, sorvoliamo, che volete che sia una condanna? Ben altri sono i problemi su cui l’etica pubblica deve farsi dura e inflessibile: i senzatetto, per esempio, da «cacciare a pedate» (14 febbraio). Solita vecchia storia: i potenti deboli coi forti e forti coi deboli. Film già visto e stravisto. Quando cambiamo canale?