Piccolo maledetto cellulare, crei dipendenza

Dai possibili danni alla salute al senso di privacy, qualche pillola sul mondo smartphone

Recentemente, gli psichiatri hanno inserito a pieno titolo la caffeina all’interno dei disturbi da uso di sostanze. Dipendenza clinica e fisica, s’intende. Malessere in assenza della sostanza, mal di testa, nausea, disturbi dell’umore. E, al di là dell’italianità che contraddistingue la bevanda nera bollente, se ci si sofferma per un istante immaginando le classiche due o tre azioni quotidiane al risveglio, dopo il caffè (o più spesso, prima) arriva lui: cellulare, telefonino, smartphone, mille sinonimi per un oggetto che oggi sembra sempre più l’appendice naturale del nostro corpo.

Ad oggi non esistono prove effettive sulla correlazione fra danni alla salute ed esposizione al wi-fi. Vero è che alcuni studi si stanno concentrando sulla connessione tra la radioesposizione e la percentuale di aborti spontanei, parti pretermine, patologie nell’ambito della prenatalità. Questo perché pare proprio che i bambini assorbano molte più radiazioni rispetto agli adulti, figuriamoci i feti. Non per niente i governi di India, Francia, Belgio e altri Paesi hanno iniziato a informare la popolazione, madri in primis, sull’utilizzo dei dispositivi elettronici in gravidanza e tra le mani dei loro piccoli. Da menzionare il Baby Safe Project, un’iniziativa nata da due organizzazioni no profit che si occupano di ambiente e salute e che unisce numerosi studiosi ed esperti nel campo della medicina. A luglio 2015, è stato firmato il Joint Statement con il quale la comunità scientifica – medici e ricercatori di Università come la Berkley, Yale, New York University – si è proposta di continuare gli studi sulle possibili correlazioni tra salute in gravidanza ed esposizione alle onde wi-fi. Non mancano nemmeno consigli utili per le future mamme.

Dalla relazione con la salute fisica a quella mentale all’oggetto del quale ci siamo impossessati, o che si è impossessato di noi fino alle immagini agghiaccianti di Zuckerberg tra la flotta di omini connessi alla realtà virtuale, tutto gira intorno a quella scatola nera sempre più sottile, al tablet ultima versione, alla tv connessa alla rete. E ammettiamolo, quante volte quella suoneria standard dell’iPhone ci fa pensare stiano chiamando proprio noi, anche se il suono, pure flebile, arriva dalla borsa della ragazza seduta al bar quattro tavoli più in là del nostro.

Se pensiamo a come l’arte cinematografica possa raccontare vividamente aspetti della tecnologia che ben si relazionano alla salute mentale e al senso di privacy, gli esempi a farsi sarebbero diversi. Ne citiamo due. Il primo è Black Mirror, vincitore dell’Emmy Award come miglior miniserie nel 2012 (stiamo aspettando la terza stagione), che con un taglio crudo e nemmeno troppo surreale racconta l’assuefazione al mondo della tecnologia. Il secondo è il piccolo confetto su pellicola di Paolo Genovese, il recentissimo Perfetti Sconosciuti. Ironico e crudele, divertente e drammatico, ci costringe ad immedesimarci nei personaggi che aprono la porta del loro smartphone agli amici, solo per una sera, abbattendo il già torto muro della privacy.

Che crei dipendenza, un po’ lo sappiamo già. Che abbiamo, passo dopo passo, accartocciato la tutela della nostra sfera privata, pure. Degli studi scientifici, restiamo ancora in attesa. Nel frattempo continuiamo a parlarne. In wireless, ovviamente. Senza fil(tr)i.