Il matrimonialista: «Utero in affitto, sconfitta per i gay»

Il noto avvocato romano, autore di libri di successo sul diritto familiare, plaude al riconoscimento dei diritti dei gay. Ma dice no all’utero in affitto. E spiega che in Veneto mancano i tribunali per la famiglia

Quando si parla di diritto di famiglia l’avvocato romano Gian Ettore Gassani, un’autorità in materia, non si tira mai indietro. I due suoi libri (“Perplessi sposi” e “Vi dichiaro divorziati”) sono diventati un must della divulgazione. Non di rado viaggia per il Paese confrontandosi con i suoi lettori e non è raro vederlo in tv o sentirlo alla radio. Da cui ribadisce ad ogni piè sospinto l’arretratezza dell’Italia, tra le altre, in tema di tutela dei minori, in una con la necessità di «ammodernare in modo razionale le leggi esistenti».

Come valuta il recente disegno di legge Cirinnà?
Partiamo da un fatto. L’Italia era l’unico Paese tra quelli occidentali a non avere una legge che regolamentasse i diritti civili delle persone omosessuali. Il varo di una legge che tenga conto di una realtà che è del tutto evidente è senz’altro un fatto positivo. Ovviamente ci sono aspetti migliorabili, ma dico no all’ipocrisia.

Per esempio?
Io vivo a Roma. La città è piena di vie, strade o piazze dedicate ad omosessuali famosi a partire da Giulio Cesare. Nell’antica Roma l’omosessualità non era vista negativamente. Era una scelta. Ed eravamo duemila anni fa.

Sui media si parla molto di adozioni nell’ambito di coppie gay. Molto meno di adozioni tra eterosessuali benché coppie di fatto. Lei vede questa differenza di trattamento?
Guardi che il tema della indifferenza da parte della società e delle istituzioni nei confronti dei diritti degli omosessuali, tra noi addetti ai lavori è ampiamente dibattuto ed approfondito. Il problema di fondo è che in questo momento se ne sta facendo una questione politica. Anzi partitica e sempre meno sociale. Poi sulle coppie eterosessuali di fatto vorrei dire una cosa precisa. Solo da Roma in su questa tipologia è arrivata a quota un milione. Si tratta di persone perbene. Gente che ha una vita affettiva vera; gente che lavora, che ha figli, che accende mutui, che contribuisce al benessere del Paese e che di converso non ha una tutela degna di questo nome. Rispetto a tutto ciò il ddl Cirinnà lambisce appena la questione allorché prevede un semplice assegno alimentare, ma non prevede altre forme di solidarietà. Ed è qui che serve una seria ed ulteriore riflessione sul piano sociale.

Più in dettaglio che cosa si può dire?
Cerchiamo di stare alla norma e non al clamore mediatico. Già oggi la cosiddetta stepchild adoption è in qualche modo compendiata e disciplinata dall’articolo 44 della legge 184 del 1983. Addirittura al single può essere riconosciuta la possibilità di una adozione sempre che ricorrano le condizioni particolari identificate dalle norma. Si tratta ovviamente di una fattispecie praticabile in situazioni eccezionali. Di conseguenza come non ci siamo posti il problema per i single così non ci siamo posti il problema per gli omosessuali. Diversa è la questione dell’adozione tout court di una coppia di fatto che magari cerca di adottare un bimbo presso un istituto estero o che ricorre all’utero in affitto. Il ddl Cirinnà non tocca la materia, anche se qualcuno ha provato a mettere insieme le due cose.

Che idea si è fatto della questione del cosiddetto utero in affitto, indipendentemente che vi ricorrano coppie etero o gay?
Sono inorridito da questa pratica. Sono contrario. È contraria la associazione degli avvocati matrimonialisti. Non concepisco l’idea di un bambino che venga al mondo dallo sperma congelato in qualche clinica e che poi finisce in qualche utero venduto al miglior offerente. E dico di più. Pensare che la tutela degli omosessuali possa passare per la pratica dell’utero in affitto è una sconfitta per lo stesso mondo omosessuale. E poi c’è un’altra considerazione da fare.

Quale?
Sul piano giuridico non esiste il diritto all’adozione ma il diritto ad essere adottati. E la cosa vale anche in termini morali secondo me.

In tema di diritto di famiglia l’Italia come è messo rispetto al resto d’Europa?
Rispetto agli altri Paesi europei siamo assai indietro. Anzi, siamo su un binario morto. Addirittura la Romania è mille anni avanti a noi. I processi sono lenti, la giustizia funziona a macchia di leopardo, con una situazione nel centro-nord che è tendenzialmente migliore che al centro-sud. Peraltro non sempre i giudici sono all’altezza della complessità della materia. Solo tre tribunali hanno una sezione speciale per il diritto familiare.

Nel Veneto ce ne sono?
Nel Veneto, che è una regione che conosco bene, ci sono magistrati ben preparati in materia, ma mancano i tribunali specializzati che sono solo a Roma, Milano e Torino. In tutta Italia tale lacuna, che stride invece con quanto accade in Europa, contribuisce alla lunghezza dei processi. Lunghezza che poi si riverbera in modo preoccupante sulle famiglie. E poi non è pensabile che un giudice che di solito si occupa di fallimenti societari padroneggi altrettanto bene il diritto di famiglia con tutte le particolarità ad esso collegate. A ciò si aggiunga un altro fattore di rilievo.

Che sarebbe?
In Italia fanno più morti i delitti familiari che la mafia. Questo dato pressoché sconosciuto alla opinione pubblica dovrebbe far riflettere il parlamento. Una buona riforma della giustizia si fa certamente con buone leggi. Ma bisogna anche investire risorse importanti: con raziocinio e senza sperperi, ma gli investimenti ci vogliono. A partire da un serio aggiornamento professionale per magistrati e avvocati.

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