Idroelettrico, a Belluno altro caso nazionale?

I privati premono per un nuovo impianto in Valle del Mis, mentre i comitati chiedono di demolire la centrale nel Parco Nazionale delle Dolomiti (coinvolto anche Chicco Testa)

Fra una decina di giorni gli uffici della Regione Veneto dovranno decidere se assoggettare ad una “Valutazione di Impatto Ambientale”, la cosiddetta Via, il progetto per la realizzazione della contestata centrale elettrica di Gosaldo nel Bellunese. Si tratta di un passaggio chiave perché passare o meno attraverso il rigido vaglio della Via significa rendere più o meno semplice la procedura. Comitati e associazioni locali spalleggiati dal Wwf sono contrari all’impianto perché paventano uno sfruttamento forsennato dell’acqua. E parlano di appetiti milionari che riguardano tutto il Bellunese.

ECO-DELIBERA
Uno degli scontri cruciali della battaglia in corso tra i privati (il gruppo trevigiano En&En) e gli oppositori dell’opera, tra cui il Comune di Gosaldo, riguarda una delibera dell’Ente Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, monti che in parte ricadono sotto l’altissimo patrocinio Onu poiché fanno parte del patrimonio Unesco. La delibera proibisce fra l’altro che le acque afferenti il parco (sul piano formale la nuova centrale, sia pur a ridosso, non insiste sul parco medesimo) «siano interessate da prelievi per alcuno scopo», fa sapere Augusto De Nato membro del consiglio veneto del Wwf. L’orientamento dell’ente, almeno per il fronte ambientalista, taglierebbe le gambe alla proposta dei privati (o quanto meno ne depotenzierebbe la portata), indipendentemente dal fatto che si passi per la Via o meno, proprio perché il divieto viene da un ente nazionale. I privati al canto loro spiegano che la società ha previsto «una scala di rimonta» ovvero un accorgimento ingegneristico  che permetta ai pesci protetti di scavalcare la diga prevista per creare il bacino da cui l’acqua sarebbe incanalata verso le turbine. Un accorgimento che tuttavia viene considerato minimo rispetto all’ampiezza del divieto dell’ente. Che ad ogni modo «è politicamente debole perché senza presidente, visto che Regione Veneto e Ministero dell’Ambiente non procedono alla nomina per la posizione oggi vacante».

GRAZIE, STATO-MAMMA
Chiariamo un punto importante: in questo settore, la remuneratività per i privati c’è solo in ragione dei cospicui incentivi statali sanciti dalla normativa di riferimento. Ed è proprio su questo versante, quello squisitamente economico-politico, che le associazioni sfidano da anni le controparti ad un confronto sulla materia: «Gli incentivi sono una cosa utile, ma vanno adoperati quando rendono un misurabile e riconosciuto beneficio ambientale». Mentre invece, come raccontato da anni da firme importanti del giornalismo nazionale come Massimo Mucchetti, gli incentivi o gli sgravi hanno spesso soggiaciuto alla logica del puro aiuto di Stato mirato a questa o quella lobby dell’energia. Un paradigma che in provincia di Belluno è stato declinato più e più volte dalle associazioni locali, come racconta il portale Bellunopiù che parla di vera e propria questione dell’idroelettrico nel Bellunese. Detta in soldoni: se la risorsa acqua viene captata a più non posso per usi irrigui o idroelettrici, l’ecosistema viene seriamente messo in sofferenza; il tutto a fronte di una resa negativa «perché l’energia necessaria a realizzare e poi a dismettere questi impianti – precisa De Nato – è sempre maggiore di quella prodotta». Il che tira nuovamente in ballo la questione dei mini-impianti remunerativi solo grazie agli incentivi pubblici.

ZAIA SOTTO PRESSIONE
C’è poi un’altro tema che sta a cuore dei comitati. E riguarda la centrale elettrica già costruita a pochi passi dal sito in cui è prevista quella griffata En&En. L’opera già realizzata, a differenza della sua cugina ancora sulla carta, insiste sempre nella valle del torrente Mis, ma è situata proprio all’interno del Parco. Una condizione, fra le altre, che ha portato la Cassazione a dichiarare illegittime le autorizzazion. Le popolazioni locali sono preoccupate perché la sentenza indicava chiaramente che «lo stato dei luoghi doveva essere rispristinato ex ante», come sottolinea il Wwf. In parole povere, significa smontare pezzo per pezzo il costruito e lasciare il sito come madre natura l’ha fatto. La Regione ha intimato ai privati (la società Eva Valsabbia presieduta dall’ex parlamentare lombardo del Pci Chicco Testa) di ripristinare i luoghi. Quest’ultima ha replicato con una richiesta di danni in sede civile per 35 milioni di euro verso quei soggetti pubblici che hanno in prima battuta concesso le autorizzazioni. Ma per i comitati si tratta di una mossa meramente strumentale pensata per dilazionare nel tempo un obbligo derivante «non da una semplice sentenza della Cassazione – spiegano gli attivisti che da anni si battono contro la centrale – ma da una sentenza della Cassazione a sezioni riunite». Cioé il massimo grado quando si parla di precedenti giurisprudenziali. Un orientamento che può essere modificato solo con una nuova legge dello Stato. Ed è proprio per tutti questi motivi che la decisione che sarà assunta nelle prossime ore dagli uffici regionali potrebbe far alzare la temperatura. La giunta Zaia, quanto meno sul fronte ambientale, è sotto pressione per la vicenda dei derivati del cloro, i pfas. Un caso divenuto ormai di portata nazionale cui potrebbe affiancarsi, quanto meno sul piano mediatico, proprio quello delle centrali bellunesi.