Glifosato, caso mondiale: scienza vs politica

Mentre l’Ue traccheggia, è scontro tra autorità sanitarie sovranazionali. Forastiere: «Oms ignorata»

A porre nuovamente alla ribalta il caso glifosato – l’erbicida più utilizzato al mondo – è l’Unione Europea, che avrebbe dovuto votare a inizio marzo il prolungamento dell’autorizzazione per il pesticida da qui al 2031. Un voto procrastinato invece a metà maggio. Rumors fanno intendere che arrivare a una decisione sarebbe stato molto difficile anche a causa dell’indecisione di alcuni paesi, come la Germania, che aveva chiaramente affermato la sua astensione dal voto nel corso dell’ultima riunione generale avvenuta a Bruxelles.

Ma perchè il glifosato ha scatenato un’instabilità tale da portare i 28 Paesi UE a posticipare, una seconda volta, il momento della scelta? E’ utile ricordare che il prodotto è in commercio già dagli anni ’70, che l’originaria azienda produttrice è la Monsanto, che l’ampio uso di sementi geneticamente modificate (e resistenti al pesticida) ha permesso la coltivazione intensiva in vaste zone del mondo e che non solo il glifosato è utilizzato in ambito agricolo, ma anche urbano e hobbistico (il nome commerciale è Roundup). Il nodo della questione sta nel potenziale cancerogeno del composto. Se da una parte il gruppo di valutazione dell’International Agency for Research on Cancer (IARC), parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dichiara che il glifosato è probabilmente cancerogeno, dall’altra la European Food Safety Authority (EFSA) nega il rapporto dell’organizzazione scientifica e vi si contrappone affermando l’inesistenza di prove sul potenziale neoplastico dell’erbicida.

Due agenzie, due pareri opposti. Come è possibile? Il dottor Francesco Forastiere, dirigente dell’UOC di Epidemiologia Eziologica e Occupazionale della Regione Lazio e chair del gruppo di valutazione epidemiologica sul glifosato per la IARC, precisa che «nel caso del glifosato, siamo di fronte a una situazione abbastanza particolare. Dal punto di vista epidemiologico, diversi studi indicano l’effetto cancerogeno del pesticida – il tumore indagato è il linfoma non Hodgkin – ma non possiamo escludere che gli studi possano essere affetti da elementi di distorsione, pertanto la valutazione di evidenza resta limitata». E aggiunge: «l’agenzia OMS non ha potere regolatorio, non fa legge. Si pronuncia, valutando scientificamente gli studi, ma sono poi gli Stati a dover prendere le decisioni. Diversamente, EFSA è l’agenzia regolatoria dell’Unione Europea, ovvero l’ente che deve fornire le indicazioni al fine di procedere in termini legiferativi».

Ruoli istituzionali, scientifici e politici a parte, qualcosa stride. «A caratterizzare l’operato di EFSA sul caso glifosato» continua Forastiere, «due particolarità necessitano maggiore attenzione. La prima riguarda il conflitto d’interessi. Nella commissione di valutazione dell’agenzia europea, e differentemente dal gruppo IARC, sono presenti esperti nominati dagli Stati che in qualche modo sono legati al mondo dell’industria e ne rappresentano gli interessi economici». Vero. In un articolo pubblicato su Internazionale si legge chiaramente come a far parte della Glyphosate Task Force dell’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio (Bfr) – l’ente che di fatto è stato commissionato da EFSA per la valutazione –  siano esperti e scienziati che collaborano con le aziende produttrici del pesticida in questione.

«La seconda particolarità riguarda l’errore metodologico che caratterizza la valutazione EFSA e che ne inficia sostanzialmente credibilità», conclude Francesco Forastiere. «Che sia stato voluto o meno, questo errore esiste e si somma al fatto che l’agenzia europea sta, di fatto, ignorando la valutazione degli studi fatta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità». Una valutazione che, peraltro, non nega i limiti dell’evidenza scientifica, ma che rende comunque chiara l’effettiva relazione dose-risposta tra la quantità di prodotto somministrata agli animali e la frequenza nella comparsa di tumori.