Ventimiglia: “vietato dare cibo ai migranti”

Storie dalla frontiera: il Presidio No Borders e il racconto di chi vive sulla pelle un dramma umano, prima ancora che politico

Ventimiglia. Se la cerchi su Google sembra che i migranti non li abbia mai visti o quasi. Quel 30 settembre 2015, così distante, echeggia timidamente tra le pagine dell’informazione online. Ché poi, la primavera porta con sé rinascita, esplosione di colori e vita. Qualcosa suggerisce che farà riaccendere anche altro, sulla linea invisibile (e nemmeno troppo) che separa l’Italia dall’Oltralpe français.
«Sono a Roma, ci vediamo?». Arriva così, Anna. Imprevedibile come sempre, un sorriso contagioso che parla da solo. Lo so, potevo avvisarti prima – sembra dire. Ma, che ci vuoi fare, è così dai tempi del liceo. E’ come chiedere al vento di fermarsi un attimo, o di fare un pronto, prima di soffiarti affianco.

«Avevo bisogno di staccare», racconta. Sono stati mesi intensi, i suoi. «Ho letto un articolo di Wu Ming quest’estate, poi una mail di un’amica che invitava ad unirsi al Presidio No Borders a Ventimiglia. Mi sembrava che lì, a due passi da casa, stesse succedendo la cosa più importante d’Europa. Sono partita». E’ la storia di una vacanza estiva che inverte la rotta, scombina gli equilibri. E, diventa una scelta dalla quale è difficile tornare indietro. We are not going back.

«L’idea era di restare solo qualche giorno, così ho fatto. Non conoscevo nessuno al campo, ma mi sono sentita a casa. Quando sono ripartita ho capito che non mi sarei separata da quel luogo per molto. Sono tornata, per rimanere». Poi le immagini di una città che accoglie e non accoglie. Una resistenza fatta di persone. Ventimiglia, la sua stazione gremita e il parcheggio con le tende e il riparo all’ombra per il cibo. Un’occupazione che a fine agosto stava diventando difficile, tra le pressioni della città contrapposte alla forza degli attivisti e di circa 300 migranti in una lotta senza armi, ma dalla voce tonante. We need to pass.

«Tutto barbaricamente compresso dalle ruspe il 30 settembre». Quattro mesi di Presidio schiacciati dal suono metallico di un ordine inatteso. «Non sapevamo dello sgombero», mi dice Anna, «abbiamo fatto appena in tempo a spostarci sugli scogli. Per quanto possa sembrare strano, era il posto più sicuro. E’ difficile sgomberare un punto così delicato». C’era chi minacciava di gettarsi in mare. If police comes, we die.

«Dopo la manifestazione del 4 ottobre in protesta allo sgombero, chi ha voluto passare il confine ci è riuscito. Tutte le persone che erano con noi hanno superato la frontiera». Poi, il racconto dei giorni di transizione ospiti di una chiesa, in uno scantinato. «Non fatevi vedere, prima ve ne andate meglio è, ci diceva il parroco. Pioveva. Pioveva sempre in quei giorni, faceva freddo. Uno dei ragazzi stava assiderando. Ce ne siamo dovuti andare. Siamo tornati in stazione».

La stazione fa da snodo centrale, a Ventimiglia. Fino a dicembre 2015, il centro della Croce Rossa che lì opera era di tipo emergenziale, accoglieva i migranti che arrivavano in città senza prendere le impronte. «Dal 2016 in poi, è diventato un Hotspot a tutti gli effetti, alla luce del cambio di legislazione europeo che sostituisce il Sistema Dublino», il racconto continua, fermo. «L’atteggiamento nei confronti dei migranti era discutibile di per sé, senza contare che la Croce Rossa è stata anche complice del ping pong dei migranti tra Francia e Italia». Se Dublino prevedeva che il migrante dovesse lasciare le impronte nel primo paese d’arrivo e ivi dovesse richiedere asilo, per il sistema quote (o hotspot, appunto) il lasciare le impronte nel primo paese di arrivo non determina automaticamente che la richiesta d’asilo debba essere fatta in quel Paese. Sembra perfetto. «La realtà è che, secondo un sistema di quote, i migranti vengono smistati in diverse nazioni. Si può dichiarare di avere i parenti in un determinato Paese, ma non è assolutamente scontato che si venga ascoltati, o anche solo capiti». E’ come perdere due volte, così. Il futuro non ti appartiene più. Forse, ancor meno di prima.

Ancora. I controlli rafforzati a comando, dopo gli attentati di Parigi o la Cop21. Mitra e militari in un nugolo di giornalisti. «Quando se ne andavano i media, sparivano anche le forze dell’ordine». Il potere dell’informazione. Chiedo del ping pong. «Le persone che attraversano il confine lo possono fare in tre modi, a piedi, sul treno o con i passeur, una sorta di accompagnatori a pagamento. Il punto è che la polizia è solita salire sui treni – tutti, tutti i treni, che siano regionali o alta velocità si fermano nella piccola stazione di Mentone-Garavan – ed effettuare controlli discriminatori a chi non ha l’apparenza europea. Coloro i quali non hanno documenti vengono portati al confine alto, rinchiusi in dei container, per una media di circa 6 ore. Nessun traduttore, nessun avvocato. Tanto meno acqua o cibo. Attraverso i furgoni della Croce Rossa vengono rimandati in Italia». Alcune volte la polizia, a discrezione, decide di rilasciare i migranti in Francia senza alcun documento di via libera. Alto è il rischio di essere rifermati dopo qualche chilometro.

E a Ventimiglia, ora? Un’ordinanza che calpesta i diritti umani. Con il Presidio Permanente No Borders, Anna racconta come si stia cercando di andare oltre la merita logica di assistenza e agire in un’ottica di partecipazione. Un qualcosa di più politico e integrativo. «Stiamo tentando di coinvolgere la citta di Ventimiglia, i suoi abitanti, per risolvere la situazione dei posti letto, che non abbiamo per tutti». Chiedendo ospitalità nelle case. «Siamo in grado di offrire a chi arriva in città un pasto caldo, un punto di ascolto, e vestiti, medicinali, non manca nemmeno l’assistenza legale».

Lascio Anna, lo stesso sorriso di sempre. Verso casa ripenso alle storie che porta con sé, uno zaino di anime in cammino. La primavera è alle porte, gli arrivi in città sono destinati a salire. Pronti tutti, penne alla mano.

(Foto di Sebastiano Vitale)