Moda, la rivoluzione di un giovane vicentino

La nuova “community” del 30enne Ward: «Quando ho capito che il fashion é la prima industria inquinante al mondo mi son fatto domande»

Il 24 aprile di un anno fa crollava l’edificio Rana Plaza in Bangladesh, uccidendo 1130 persone e denunciando apertamente lo sfruttamento della manodopera delle grandi marche occidentali. È questo primo tema che tocchiamo con Matteo seduti allo storico bar verde di Vicenza, in una fresca mattina primaverile. Matteo Ward, vicentino giramondo di trent’anni, ha iniziato la sua “rivoluzione” proprio partendo da una riflessione cui il Rana Plaza ha tragicamente riportato. “Noi siamo anche quello che indossiamo, i nostri vestiti dicono chi siamo e parte di ciò in cui crediamo”. «Chi vuole fare impresa oggi inventandosi un prodotto e mettendolo in commercio, ha già fallito ancor prima di entrare nel mercato: oggi bisogna avere una missione che va al di là dello strumento con cui poi si darà una forma alla propria idea», spiega Matteo.

E così hanno fatto lui e i suoi compagni di avventura: Victor, Alvise, Susanna, Martin, Federica e la co-founder e spirito complementare Silvia Giovanardi. Hanno iniziato pensando che ci dovesse essere il riconoscimento di uno stile di vita, un richiamo all’abusatissimo life style che potesse parlare per loro e prima di loro. La prima cosa è sempre il nome, la più difficile, ma quella senza cui non si parte: avere un nome è un po’ l’inizio di ogni cosa.WRÅD, il movimento raccoglie l’anagramma del cognome di Matteo e richiama le due parole raw & rad: crudi, veraci, veri ma allo stesso tempo cool, fighi. «Siamo più responsabili, perché se una volta essere fighi voleva dire arrivare in motorino e sgommare – dice Matteo raccontando i tempi al liceo Pigafetta – oggi è più figo chi arriva in bicicletta». E ha ragione.

La generazione bamboccioni è cambiata. Oggi di giovani che hanno voglia di fare ce ne sono e ce ne sono tanti. Si rischia per una sfida: cambiare anche quando tutti ti dicono che è impossibile. Come ha fatto Ward rinunciando a una promozione nell’azienda Abercrombie & Fitch, nella quale ha lavorato per sette anni. «Se avessi accettato questa proposta, sarei rimasto lì altri dieci anni, ma dovevo scegliere e ho scelto di provarci con un qualcosa di mio, che prima della moda raccontasse un modo di essere, il mio, il nostro. La moda è sempre stata la mia passione e quando ho capito che era la prima industria inquinante al mondo ho iniziato a farmi delle domande». Quando scopre che il suo lavoro e la sua passione erano parte di un sistema che sta danneggiando il pianeta e le persone, ha pensato che ci dovesse essere un’inversione. «Catalizzare cambiamento, non scrivendo il dato –che rimane fondamentale, ma raccontando la nostra storia, la nostra identità. Wråd per catalizzare energia positiva», continua Matteo.

«Io voglio fare cambiamento, e il mio mezzo oggi è la moda». Business plan di notte dopo l’ufficio, zaino in spalla per tre mesi trotterellando per l’Europa, in quell’Europa sempre più avanzata e sostenibile. Parlare di come inquina la moda significa raccontare i suoi effetti, sull’acqua, sulla terra e sulle persone. Il rapporto con Fashion Revolution diventa stringente proprio per quanto riguarda le persone chiedere, sensibilizzare, spiegare. Lo slogan diventa martellante: Who Made My Clothes? Chi ha fatto i miei vestiti? Cosa c’è dietro a quella maglietta da sei euro? Quali materiali hanno usato?

Wråd come modo d’essere che -poi- diventa una maglietta. «Produrremo in Italia e in India, perché il punto non è tornare qui quando l’80% della produzione è fuori, o almeno non è il nostro, di punto. La questione è produrre in India, ma farlo in modo sostenibile, senza calpestare la dignità comprimendo sempre e solo i costi della manodopera». Da andare a parlare nella spiaggia di Barceloneta, a dialogare con grandi investitori, per capire quanti altri wråders ci sono già nel mondo.

 

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