Buon (?) lavoro social club

Il documentario “I Ritornanti” e la mostra “Tempo é lavoro” fanno riflettere sullo stato dell’occupazione giovanile. Vedere per credere

Vibra il telefono: è arrivato un nuovo messaggio dall’ennesimo nuovo gruppo di What’s App di cui non si sentiva il bisogno. Testo: «Ciao a tutti!!! Vi scrivo qua perché faccio prima: sono tornato in città per qualche giorno. Spritz alle 7?». “I Ritornanti” è l’audio-documentario del veronese Jonathan Zenti che racconta delle brevi vacanze italiane dei cervelli in fuga che tornano in Italia per Natale. Chi parte oggi? Sicuramente, non balzano in mente le nostalgiche immagini dei treni riempiti di emigranti provenienti del Sud. La fuga dall’Italia non coincide più solamente con la possibilità di trovare un posto di lavoro. C’è chi vuole realizzarsi trasferendosi in un ambiente più stimolante e dinamico. Al senso di appartenenza ad un gruppo compatto è subentrata la strategica convinzione che la realizzazione dei propri progetti dipende – al contrario – dalle relazioni di lavoro che sono per natura invisibili.

Nell’immaginario novecentesco, c’erano la monumentale fabbrica eretta con le mura di cemento armato, la giornata di lavoro di otto ore, le masse di operai che transitavano attraverso i portali dei capannoni e, naturalmente, i prodotti finiti che uscivano dalle catene di montaggio. Ora siamo nell’era post-industriale. Quelli che organizzavano e agitavano le classi operaie contro i padroni – «bandiera rossa la trionferà» – sono stati spazzati via quando a trionfare per davvero è stato il paradigma del network. Prima si potevano distinguere gli imprenditori dai lavoratori; poi quest’ultimi sono diventati imprenditori di se stessi. Non basta essere produttivi e disciplinati, bisogna anche essere social.

La sensibilità paesaggistica è un’altra interessante prospettiva a partire da cui si è dissolta la monumentale sacralità dell’industria vecchio stile. E’ uno dei temi affrontati dall’esposizione fotografica “Tempo è Lavoro”. La mostra curata da Steve Bisson presso Exworks (Strada del Pasubio 106, Vicenza) indaga i mutamenti dei luoghi, delle dinamiche del lavoro e del paesaggio industriale veneto degli ultimi decenni. C’è stato un periodo di prosperità economica che ha radicalmente cambiato non solo le abitudini di vita ma anche il paesaggio. Si sono costruiti più capannoni di quanti ne servissero con il risultato di una quantità spropositata di edifici abbandonati a se stessi. Il crescente malumore nei confronti della speculazione edilizia non dipende solo dalla perversione estetica di certi ambientalisti ma anche dall’obsolescenza nell’uso dei capannoni. L’esplosione delle professioni immateriali – quelle che si servono più dell’intelligenza che della manualità – comporta una capillare diffusione del lavoro che può concretamente fare a meno dei grigi fabbricati disseminati in giro per il territorio. Spesso basta una connessione internet per mantenersi in contatto con i potenziali clienti. Chi sta a spasso non è entrato a far parte del giro giusto e allora diventa obbligatorio prendere un biglietto aereo low-cost e viaggiare alla ricerca del network che dia una svolta alla tua vita.
Gli scatti dei fotografi Gianpaolo Arena, Daniele Cinciripini, Fulvio Orsenigo e David Wilson indagano i mutamenti dei luoghi e delle dinamiche del lavoro e del paesaggio industriale veneto degli ultimi decenni. Sabato 30 aprile, alle ore 18 Jonathan Zenti eseguirà una performance live de I Ritornanti.

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