Quel “Ci sono” della BpVi: ma ci faccia il piacere!

Da Renzi alle nostre imprese, lo “storytelling” all’italiana fa pena. Il pericolo “presa in giro” é dietro l’angolo…

L’11 Aprile scorso, il capo dell’esecutivo tuonava dal Vinitaly che per sostenere le nostre produzioni bisogna ricorrere allo “storytelling, ovvero al “raccontare” al meglio la loro qualità. Cosa che noi pratichiamo poco, mentre i francesi lo utilizzano in grande stile per costruire «una storia come sistema-Paese». A parte la particolare propensione di Renzi a utilizzare termini inglesi, convengo con lui. Lo storytelling dei nostri competitori francesi “narra” il loro paese, e riesce convincente, fino a costruire una identità condivisa. Il che, ovviamente, trova riscontro sui mercati mondiali: nel vino, ma non solo, ed anche se i loro prodotti non sempre sono i migliori.

Perché noi non ci riusciamo? Non solo per l’incapacità delle nostre imprese di saper “narrare” la loro specificità, ma anche perché – quando tentano di farlo – interpretano il renziano raccontarsi “al meglio” come mera rappresentazione estetica (“oddio, quanto siamo bravi!”), senza entrare nel merito della (eventuale) complessità dei propri processi produttivi e, pressoché sempre, senza spiegare che la qualità raggiunta è il risultato di un lungo percorso, fatto anche di errori e di insuccessi, di svolte e di affinamento continuo. No, il successo è, per la maggior parte dei siti web delle imprese nostrane, una sorta di categoria dello spirito… Il che fa, del “chi siamo” (ovvero della narrazione di un’impresa), un inutile orpello propagandistico. Non racconta cos’è un’impresa “viva”, ma la banalizza in un più o meno reale primato rispetto alla concorrenza. »

Un po’ come quando il nostro Presidente del Consiglio ripetitivamente afferma che «il Paese è ripartito», anche se i contraddittori dati di Istat e Inps dovrebbero indurlo a cautela. Ma si sa, l’importante è “narrare”, e poi ancora narrare… qualcosa resterà! No, la narrazione non funziona così. Per essere efficace deve mettere anche in luce le difficoltà con la quale si è raggiunto un certo successo, o un certo primato. Stando peraltro attenti, in presenza di eventi negativi o traumatici, ad aggiornare tempestivamente la narrazione. Altrimenti chi legge tali pistolotti ha la netta sensazione di essere preso per i fondelli.

Come capita leggendo le paginate sui giornali della campagna promozionale “Ci sono” della BpVi. Che ha un corollario nel prospetto “Chi siamo” il quale così impudentemente, recita: «Il Gruppo Banca Popolare di Vicenza, con circa 40 miliardi di euro di attivo, una rete di 627 punti vendita distribuiti in tutta Italia, 5.500 dipendenti, 1.400.000 clienti e circa 119.000 azionisti, rappresenta oggi la decima realtà bancaria in Italia per totale attivo». Il che era una inammissibile enfatizzazione prima, ben sapendo i responsabili della banca quanto fosse virtuale parte di quell’attivo, ma che appare ora in tutta la tragica realtà di una distruzione (quanto criminale lo dirà un Tribunale) dei risparmi di tutti quei 119.000 azionisti. Salvo, ovviamente, i noti privilegiati che ne sono usciti indenni: ma i loro non erano “risparmi”, bensì – per dirla con una dizione ironicamente tecnica – collocazione finanziaria di transitoria liquidità. No, il raccontarsi “al meglio”, caro Renzi, è tutt’altra cosa.