Internet Day: bello, ma accelerare su “digital divide”

Quando 30 anni fa é nata la Rete, l’Italia era il quarto nodo europeo. Ora siamo quart’ultimi

Proprio oggi 30 aprile, alle ore 18 di 30 anni fa, la prima connessione italiana alla Rete. Avveniva a Pisa, non a caso la città che inaugurò la prima rete telegrafica italiana nel 1847 (Livorno-Pisa) e 1848 (Pisa-Firenze). Il merito di questo primo passo nella dimensione digitale globale fu compiuto da alcuni pionieri del Centro universitario per il calcolo elettronico (Cnuce) del CNR di Pisa che inviarono un segnale attraverso la rete satellitare Satnet destinato alla stazione di Roaring Creek in Pennsylvania installando il primo link permanente alla rete ARPAnet, il network precursore di Internet.

A capo di quel progetto, che all’epoca passò in sordina nel quasi totale disinteresse mediatico tanto che il premier Renzi ipotizza si tratti del «più grande buco della storia del giornalismo italiano», vi era l’ingegnere livornese Stefano Trumpy, direttore dal 1983 al 1996. Così ricorda quel momento in una intervista a Lorenzo Mannella: «ARPAnet era il nome della rete che negli Stati Uniti collegava i centri di ricerca impegnati a gettare le basi per l’interconnessione dei calcolatori universitari. Nel 1980, l’Italia aveva preso la decisione di portarsi avanti e pianificare la connessione del nostro paese al network americano. Per cui c’è voluto parecchio tempo, soldi e la stipula di una convenzione tra il CNR, Telespazio ed Italcable. Prima di mettere in piedi il primo gateway di comunicazione sono quindi passati sei anni. In realtà i primi collegamenti dial-up esistevano già, ma il nostro era l’unico che garantiva la continuità di connessione tra i centri universitari. Era una linea da 28 kbs; oggi sembra una cosa da ridere, ma all’epoca era all’avanguardia».

Evidentemente il destino delle telecomunicazioni italiane passa per il CNR e per Pisa, di cui proprio Guglielmo Marconi fu presidente dal 1927 al 1937 . Nel 1986 eravamo distratti dal disastro di Chernobyl e dai mondiali di calcio e probabilmente non si era ancora capita la portata dirompente di quel primo click, anche perché i progressi furono lenti, ma inesorabili. Era l’epoca in cui le connessioni telematiche sembravano fantasie per adolescenti affascinati dalla serie televisiva “I ragazzi del computer” dei primi anni ottanta conosciuta in Italia anche con il nome di “4 ragazzi X 1 computer” che ha avuto un ottimo successo ispirata al cult movie “Wargames – Giochi di guerra”. Più di un anno occorse per registrare il primo dominio italiano e cinque per avere le prime connessioni domestiche, ma fu l’invenzione del WWW nel 1991 da parte di Tim Berners- Lee a far decollare davvero Internet e farlo uscire dal mondo della ricerca universitaria.

Una prima diffusione “di massa” non fu possibile se non a partire dal 1998, quando connessioni e costi cominciarono a essere alla portata di molti anche se ancora molto costosi rispetto ad oggi: all’epoca si navigava a 56 Kbps con delle tariffe a tempo e delle connessioni ballerine, occorrevano complesse configurazioni software e bisognava dotarsi di protezioni dai malware che deviavano la connessione telefonica verso lidi esotici che scaricavano in bolletta sorprese salatissime. Da allora sembra passata un’era geologica e la pervasività della Rete ci lancia oramai verso l’IoT, l’internet delle cose che in un prossimo futuro trasformerà le città italiane in smart cities.

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha istituito a ricordo di quel primo click l’“Internet Day” italiano, con un calendario di eventi in tutto il Paese a cui hanno aderito associazioni, imprese, scuole ed università, durante il quale verrà lanciato un primo bando per l’alta velocità in Italia. In effetti il problema è che 30 anni fa eravamo il quarto nodo europeo insieme a Gran Bretagna, Norvegia e Germania ed ora siamo quart’ultimi per diffusione e utilizzo della Rete ed anche questo rischia di farci scivolare alla periferia dei sistemi competitivi. Occorre accelerare, altrimenti il buco da digital divide del 2016 farà molti più danni al Paese del buco giornalistico del 1986.