Aborto, un diritto difficile (e “paradossale”)

Secondo l’Europa, in Italia abortire non é così pacifico. Come non lo sono le conseguenze della legge 194 del ’78

Anche il mondo della graphic novel tocca il tema aborto. Dall’altra parte dell’oceano, l’americana Leah Hayes, nel suo “Not Funny Ha-ha: a handbook for something hard”, racconta la storia di due ragazze che decidono di abortire. Don’t judge, sembra essere il motto che accompagna la lettura.

Se ci spostiamo in Italia, é recente la notizia della sentenza emessa dal Consiglio d’Europa in termini di interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Il Comitato Europeo sui Diritti Sociali ha accolto un ricorso inoltrato dalla Cgil per la mancata attuazione della legge 194/78, quella che garantisce alle donne il diritto di sospendere la propria gravidanza. E, mentre l’Europa ci ammonisce per la difficoltà documentata che hanno le donne ad accedere al servizio, oltre che per l’evidente discriminazione sul piano lavorativo subìta dai medici non obiettori, il ministro della Salute, Lorenzin, si riserva di valutare più approfonditamente la questione sostenendo come i dati presentati dalla Cgil al Consiglio europeo siano vecchi e che ora la situazione sia molto diversa. Evidente é il fastidio della Lorenzin per quanto dice l’Europa: tanto che ci ha messo vari mesi, aspettando fino ad aprile, prima di renderne noto il responso.

Mentre, secondo lei, é la relazione presentata lo scorso novembre dal suo ministero a dirci come stanno le cose realmente, quanto meno per il periodo 2013-2014. Il rapporto suddivide i dati su base regionale. Riguardo al Veneto, si parla di 5909 IVG, il 100% delle quali è stato effettuato in istituti di cura pubblici. Su 45 strutture di ginecologia e ostetricia, solo 22 (il 48,9%) effettuano interruzioni volontarie di gravidanza. Dei medici che lavorano nelle strutture che offrono il servizio IVG, solo uno su quattro non è obiettore. Un medico di Roma che invece obiettore lo é, ci dice che nella legge sull’aborto ci sono alcune componenti «insensate». A cominciare dal titolo: “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.  Cioè non “legge sull’aborto”. Questo perché si vuole garantire la sopravvivenza del concepito, ove possibile.

Dopo i 90 giorni di gestazione e quando il feto sia dotato di possibilità di vita autonoma – si assume questo tempo attorno alle 22-24 settimane di gestazione – il medico è tenuto ad adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto. Traduzione: una volta che il parto indotto ai fini dell’interruzione di gravidanza sia stato espletato, e qualora il neonato manifestasse movimenti tipici degli atti respiratori, va rianimato. Subito. Di qui, il paradosso. Un atto di interruzione volontaria di gravidanza, certamente molto raro in questi termini (si ricorda che l’IVG in presenza di un feto di circa 22-24 settimane è possibile solo se presente un grave pericolo per vita della donna), può avere implicazioni non trascurabili. Ovvero può portare a un aborto mancato nel caso in cui le manovre rianimatorie avessero esito positivo con conseguente errore, per il medico, della manovra interruttiva, a danno della madre. D’altra parte, la responsabilità potrebbe comunque ricadere sul personale sanitario che non si adoperasse adeguatamente per la sopravvivenza del feto. Evenienza rara? Senz’altro.