Veneto Banca, ci vorrà secondo aumento capitale?

I crediti a rischio sono quasi 7 punti sopra la media delle prime banche italiane. Il dubbio é che l’imminente ricapitalizzazione possa non bastare

Condizioni di bilancio, tempistica, credibilità, reale stato delle insolvenze (specie di alcune grandi imprese): sono queste le quattro pietre angolari che disegnano il perimetro entro il quale si deciderà il futuro di Veneto Banca. Che potrà essere garantito o da uno sbarco in Borsa, oppure da una ciambella di salvataggio lanciata da un pool di banche o dal fondo Atlante. Sono passate poche ore dall’assemblea dei soci dell’istituto di Montebelluna che ha visto trionfare la lista guidata dal neo-presidente Stefano Ambrosini, e ora la sfida si chiama aumento di capitale, attraverso un agognato, ma non certo, approdo a Piazza Affari. Magari con la prospettiva di un matrimonio alla pari e non della «gastroassimilazione» – così qualcuno l’ha chiamata sui social – da parte di qualche soggetto terzo.

Fra i punti di cui sopra, quello focalizzato forse troppo poco é rappresentato dal cosiddetto “coverage” (copertura) dei crediti dubbi o a rischio. Veneto Banca ha una copertura pari al 37,8% contro una media dei primi dieci dodici istituti italiani pari al 44%. «Non si tratta di elucubrazioni ma di dati recentemente elaborati dalla Consob» fa sapere Francesco Celotto, piccolo azionista dell’istituto trevigiano, vicepresidente dell’Associazione soci banche popolari venete. Secondo Celotto – che pur non lesinando dure critiche all’operato del vecchio cda aveva finito per appoggiare proprio la lista Bolla – «su questo tema si gioca il futuro della banca».

La banca chiederà un aumento di capitale per 1 miliardo. Facendo le debite proporzioni, se, come sembra, sarà necessario aumentare le coperture a beneficio dei crediti dubbi, tale copertura «potrebbe bersi da sola una cosa come 600 milioni dello stesso aumento». E ancora: «Se ne ricava che un aumento di capitale potrebbe non bastare. E che potrebbe esserne necessario un altro entro fine 2016. A quel punto i mercati e gli operatori del settore non potrebbero prenderla bene». Celotto, perciò, si domanda se «l’ingresso in Borsa sia veramente possibile o se il futuro riserverà un destino assai meno onorevole. Certo è che per certi versi si può dire che pur in condizioni disperate BpVi sia messa meno peggio di Veneto Banca. Tra l’altro – aggiunge – gli organi competenti dovranno fare chiarezza sui cattivi crediti accumulati dai grandi player del panorama economico veneto». Tra le altre possibilità in campo c’è l’intervento di un “aiuto esterno”, ossia il fondo Atlante, che agirebbe direttamente sullo stock del credito deteriorato. Ipotesi meno probabile, visto lo é di più la prospettiva di un Atlante che entra nel capitale, come adombrato oggi da Carlo Messina, ad di Intesa – che tramite Imi garantisce l’inoptato dell’aumento.

Sono scenari di cui dovrà occuparsi immediatamente il nuovo cda. Se il neo-consigliere d’amministrazione Matteo Cavalcante dell’associazione di grandi soci “Per Veneto Banca” s’é inspiegabilmente negato, il commento dell’altra new entry di punta nel board, Luigi Schiavon (portavoce dell’associazione dei piccoli soci), non é tardato ad arrivare. Ma senza dire niente di che: «Queste domande noi ce le siamo poste e come. Ma al momento non possiamo fornire alcuna risposta seria perché ci servirà un po’ di tempo per fare un check-up approfondito della situazione». Sulla quotazione, spiega che c’è bisogno quanto meno di «un paio di mesi» durante i quali il nuovo consiglio di amministrazione (che finirà la sua esistenza entro due mesi, visto che, Borsa o no, dalla ricapitalizzazione uscirà un nuovo assetto proprietario, con una nuova assemblea dei soci che eleggerà un nuovo cda) dovrà «lavorare sodo per dare tono ad una banca la cui credibilità era stata ridotta al lumicino. Ieri finalmente hanno vinto i soci».

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