Breganze, la responsabilità morale c’era

Le dimissioni da presidente dell’Accademia Olimpica ha dissipato le ombre sull’istituzione più antica della cultura vicentina. Bene la reggenza Galla

Al di fuori di ogni legame di parentela, professione e associazione, ho sempre nutrito stima e simpatia verso l’avvocato Marino Breganze. Rare sono state le occasioni di incontro, ma sufficienti per apprezzarne la gentilezza dei modi e la nobiltà d’animo, caratteristiche distintive di tutta la sua famiglia. Ho avuto la fortuna di frequentare, quale vicepresidente – terzo dopo il ragioniere Giancarlo Ferretto e l’avvocato Mariano Fina, espressione, l’uno, del mondo economico, l’altro, della realtà politica – il padre di Marino Breganze, l’on. Uberto Breganze, presidente della Fiera di Vicenza.

Erano anni in cui anche la cultura era presente in Fiera. Vi si pubblicavano saggi storico-artistici, studi tecnico-scientifici, si allestivano mostre attinenti alle attività promozionali. Oggi contano molto di più effimeri eventi e perfino il gossip. Durante il Salone Internazionale della Ceramica venivano esposte opere di Pablo Picasso, Aligi Sassu, Piero Dorazio insieme con quelle di Otello De Maria, Franco Meneguzzo, Pompeo Pianezzola. Nelle sedute di consiglio e di giunta vivaci erano le discussioni e non mancava qualche civile scontro nell’esprimere senza peli sulla lingua i diversi punti di vista. Ma tutto avveniva nell’assoluto rispetto delle regole e delle persone che lavoravano per il bene comune. Erano anni in cui anche a Vicenza si sperimentavano le prime forme di centro-sinistra, che tante speranze di cambiamento suscitarono in quelli della mia generazione, che assistono oggi ad un imbarbarimento fatto di corruttele e scandali. Gli enti cittadini operavano in stretto rapporto tra loro, rappresentati nei rispettivi organi amministrativi. Con il Comune, la Provincia, la Camera di Commercio, l’Associazione degli Industriali, Artigiani, Commercianti, anche l’Ente Provinciale per il Turismo – presieduto da Giuseppe Roi o da Ernesto Xausa – aveva voce in capitolo.

Si è molto parlato in questi giorni delle dimissioni di Marino Breganze dalla presidenza dell’Accademia Olimpica. Il suo nome è legato alle clamorose vicende della Banca Popolare di Vicenza, di cui da tanti anni è vicepresidente, fedele collaboratore del presidente Gianni Zonin, indagato per operazioni che hanno tradito la fiducia dei soci, ingannato i risparmiatori, messo in crisi famiglie e aziende. Per designazione di Zonin, Breganze è anche vicepresidente della Fondazione Roi, il cui patrimonio, destinato a sostenere la cultura cittadina, è stato malamente amministrato dalla Banca amica, ridotto da 28 milioni a 50 mila euro. Nominato presidente dell’Accademia Olimpica un anno fa, quando il bubbone della Banca Popolare stava scoppiando, il caso Breganze è diventato l’esempio di una ragnatela di poteri, accentrati nelle mani di una classe dirigente boriosa e inetta, che oggi indigna perfino chi, compiacente fino all’ultimo, ne ha esaltato le straordinarie virtù pubbliche. Non ho dubbi sulla buona fede di Marino Breganze, che ha dichiarato di avere anche lui investito con fiducia buona parte dei suoi risparmi nelle azioni della banca cittadina. Ma il discorso è un altro. Egli è stato profumatamente pagato per i suoi servizi, cosa che gli consentirà di vivere con ciò che gli è rimasto i restanti giorni della sua vita. Diversamente da chi ora si trova con un pugno di mosche in mano, truffato dalla stessa istituzione.

A proposito dell’Accademia Olimpica, sono convinto che non vi sia connessione materiale con la presidenza di un organismo finalizzato alla cultura vicentina, ma responsabilità morale sì, se la cultura, per essere credibile, esige specchiati comportamenti in ogni azione. Mi par logico che «la benemerita attività dell’Accademia» si misuri su quello che culturalmente produce, non sulle ombre che qualcuno vuole gettare su di essa. Tutte le ombre si sono dissipate con le dimissioni di Breganze, «spinto esclusivamente dall’amore per l’Accademia». Sono rimasto stupito dalla dichiarazione un po’ enfatica di Cesare Galla, vicepresidente vicario dell’Accademia, il quale ha commentato le dimissioni di Breganze con queste parole: «Sono davvero un gesto significativo di incondizionata dedizione nei confronti della più antica istituzione della città». Sarebbe bastato dire che l’Accademia non mai rinunciato ad affermare con chiarezza e rigore la sua autonomia rispetto al mondo della politica e delle istituzioni cittadine. Ad ogni modo, l’automatismo con cui il vicepresidente vicario diventa “reggente” ci garantisce di avere in Galla la persona più adatta a ricoprire questo ruolo temporaneo. Forse non c’era neanche bisogno che il vicesindaco Bulgarini d’Elci, dopo aver riconosciuto che «la presidenza Breganze ha agevolato l’intensificarsi della collaborazione di attenzione, di dedizione, di collaborazione tra Comune e Accademia nell’ultimo anno», concludesse la sua nota ufficiale con una sorta di investitura dall’alto elogiando la «autorevole presenza di Cesare Galla, vicepresidente vicario dell’Accademia», al quale formula «i migliori auguri perché possa guidare con forza e saggezza l’istituzione nei prossimi mesi».