Veneto Banca, azioni Cottolengo «una donazione»

È notizia di ieri che fra i risparmiatori danneggiati dallo scandalo-Veneto Banca figuri anche l’Opsa, l’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio, l’istituto del Cottolengo padovano, che assiste 650 fra disabili e anziani non autosufficienti. 3,3 milioni valore azionario perduto, 25% del giro finanziario 2014 andato in fumo, com’è possibile? «Ci avevano regalato i titoli, si è instaurato un rapporto fiduciario con la banca. Quando le cose sono cambiate abbiamo provato a vendere, ma non ci siamo riusciti. Siamo rimasti invischiati», riferisce al Mattino monsignor Roberto Bevilacqua, direttore dell’Opsa.

«Noi non facciamo investimenti, la finanza spericolata non è roba per noi», ci tiene a chiarire il monsignore. I titoli azionari sarebbero frutto di una donazione: «Anni fa il fratello di una nostra ospite voleva darci un segno di vicinanza. Ci aveva dato un contributo, parte in liquidità, parte in titoli della banca. Allora era la Popolare di Asolo e Montebelluna. Non solo: suggerì ad altri suoi amici di fare lo stesso, per sostenere la nostra attività. La banca – prosegue Bevilacqua – poi aprì una filiale vicino a noi. Si instaurò un rapporto di fiducia, arrivarono altri benefattori, altri titoli. (…) A un certo punto ci hanno anche regalato un’ambulanza».

Quando la popolare doveva essere trasformata in spa, l’istituto ha pensato di defilarsi: «quando abbiamo saputo che dovevano diventare una Spa, abbiamo fatto una riflessione. Noi non volevamo entrare in quella nuova dimensione, preferivamo essere liquidati. Così tre anni fa abbiamo dato disposizione di vendere. E non è passata mai una settimana senza che sollecitassimo la vendita. A volte lo facevamo anche tutti i giorni. Però è stato inutile, non c’era verso di vendere», ricorda monsignor Bevilacqua. «Abbiamo ricevuto in dono anche titoli della Popolare di Vicenza – proseuge – e azioni di una società immobiliare in perdita. E poi immobili che sono problematici, ma noi possiamo sempre e soltanto ringraziare e cercare di ricavare il massimo per far funzionare l’istituto. Non ci sono cattivi benefattori, ma a volte qualche regalo un po’ meno buono».

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