Referendum, il suicidio di Renzi

“Se ti metti una corda al collo, qualcuno che la tiri prima o poi si trova”. E’ quel che ha fatto il premier col voto sulla riforma costituzionale

Curiosi questi leader europei. Prima si scavano la fossa con le loro mani e poi lottano perché qualcuno non li butti dentro. Ricordo Schröder, che sfidò i tedeschi anticipando le elezioni. Aprì la strada ad Angela Merkel e alla sua nefasta politica che sta minando alle radici la costruzione dell’Europa. Potrei citare Zapatero e Tsipras se un più fulgido esempio non lo fornisse Cameron con il suo referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Lo ha voluto, nessuno gliel’ha imposto, e adesso se ne sta lì tremebondo per paura che gli inglesi dicano: via dall’Europa. E via anche Cameron.

Poteva Renzi essere da meno dei suoi colleghi? No di certo. E così ha proclamato ai quattro venti: se perdo il referendum di ottobre sulla riforma istituzionale vado a casa mia. Trasformando così la consultazione in un plebiscito sulla sua persona. C’è un proverbio tuareg che recita: se ti metti una corda al collo, qualcuno che la tiri prima o poi si trova. Quelli che vogliono tirarla sul collo di Renzi sono una legione. Pressoché tutti i partiti, i sindacati, i magistrati, che non fanno mistero della loro intenzione di far finalmente pagare a Renzi tutti gli affronti che ha fatto alla casta più casta dell’Italia castale. Persino i partigiani. E i cattolici organizzati da Massimo Galdolfini. Da Casa Pound all’ANPI, insomma.

«L’armi, qua l’armi: io solo combatterò, procomberò sol io». Con al fianco, come sempre, Elena Boschi. Questo sembra il motto di Renzi. Ma una cosa è la poesia, una cosa diversa la politica. E il rischio che alla fine “procomba” c’è tutto ed è forte. Questa coalizione di tutti contro uno non nasce per caso. È il frutto di una serie concatenata di errori che in politica, inevitabilmente, si pagano. In politica, ad esempio, bisogna saper distinguere tra quelli che, se vuoi realizzare un tuo progetto, non possono che esserti contro, e quelli che, con un utile compromesso, possono diventare tuoi alleati. Se metti i secondi sullo stesso piano dei primi, difficile che tu possa spuntarla e a lungo. Prima o dopo la corda viene tirata.

Si può dire che Renzi ha meticolosamente operato per mettere insieme la squadra che ora si trova di fronte, compatta e agguerrita. Ha rotto con Berlusconi per il beau geste di portare Mattarella al Colle. E adesso al Quirinale stanno già pensando al dopo Renzi. Ha ricompattato la sinistra interna con la manifesta volontà di escluderli tutti. Ha irritato i cattolici con la dissennata politica delle unioni civili. Un partito moderato, come è ormai il partito di Renzi, è utile che non ostacoli, anzi assecondi la politica dei diritti civili. Utile, ho scritto, non giusto. Ma una cosa è non ostacolare, altra cosa è farne una questione di governo, altra cosa è mettere la fiducia, diversissima cosa è intestarsi una grande vittoria. E infatti Massimo Galdolfini, che di politica, pare, capisce assai più dei leaderini dei partitini che minacciano altri referendum, ha semplicemente detto: ci ricorderemo di Renzi a ottobre.

A ciò si aggiunga che quella votata è una brutta riforma, rispetto alla quale la Costituzione vigente, con tutti i suoi difetti, è un gioiello di funzionalità. È una riforma che risente, inevitabilmente, delle convulsioni che ne hanno accompagnato l’iter, del cambio di maggioranza, dell’intenzione strumentale di fare qualsiasi cosa pur di fare qualcosa. Che sia una brutta riforma, nonostante alcuni aspetti indubbiamente positivi, non vi fossero le osservazioni di autorevoli costituzionalisti super partes, basterebbero a dimostrarlo l’inconsistenza e la non pertinenza delle ragioni addotte dai fautori del sì: piuttosto di niente, meglio piuttosto; non importa come, ma cambiare; risparmiare sulle istituzioni; riduzione del numero dei politici; abolizione del Senato (che non c’è). Niente che riguardi in funzionamento reale delle istituzioni prossime venture.

Quel che dispiace è costatare che in ottobre, per gli errori di Renzi, gli italiani si troveranno di fronte a un dilemma pernicioso: approvare una brutta riforma o mandare a casa il governo. Due ipotesi entrambe negative. O avere istituzioni peggiori delle attuali o interrompere una esperienza di governo che, al netto della urticante personalità del premier, è stata un lodevole tentativo di ammodernamento dell’Italia. Il tutto dopo una campagna elettorale che sarà condotta all’insegna della faziosità, del qualunquismo, dell’antipolitica, che contribuirà a rendere ancor più fragili le già fragili basi della nostra democrazia.