Veneto, classe dirigente? No, digerente

Il Pd con l’encefalogramma piatto, il centrodestra che deve ringraziare “san Zaia”, il M5S che fa l’opposizione minima, ma indispensabile. E intanto la barca naviga a vista

Il buco con la Z di Zaia intorno. E’ questa, oggi, la politica veneta. E non stiamo magnificando il governatòr, il leghista pragmatico, l’abile affabulatore (ma alla veneta: piglio concreto, anche quando la concretezza non c’é, o non quanto sembra esserci), il presidente della Regione che é tale non per il consenso del suo partito o della sua coalizione, ma per lui stesso, per il suo seguito personale, per la sua popolarità. Che ha conquistato per due principali motivi: uno squisitamente politico, e cioé apparire l’uomo che fa e che invece fa solo al punto da lasciar fare ai veneti quel che vogliono, assecondando il loro individualismo e conservatorismo; e uno mediatico, ovvero la sua indubbia capacità di comunicare un’idea di amministrazione “sempre sul pezzo”, che in realtà si limita all’ordinaria amministrazione (con qualche vistoso downgrade, per esempio sulla difesa a riccio di opere discutibili, almeno per come sono progettate e finanziate, come la Pedemontana o la Valdastico Nord; o l’impasse in cui si é incartato sulla famosa riforma sanitaria, cambiata e ricambiata, subendo fra l’altro intoppi nelle retrovie, come l’adieu del dg padovano Claudio Dario, e scontando sempre un disavanzo ragguardevole, di ben 242 milioni). E tuttavia, Zaia parla, scrive, enuncia, annuncia. Copre gli errori, camuffa gli orrori, e sa esaltare e far risaltare i successi (invero un po’ pochini, diciamo per ora concentrati nel via libera ad un referendum sull’autonomia che però, vada come vada, non avrà comunque effetti pratici immediati, visto che in ogni caso rimanderà ad un negoziato col governo di Roma: campa cavallo).

Dall’altra parte chi abbiamo? Il deserto e basta. Anzi, un deserto alla Mad Max, insanguinato dalle guerre per bande. Il Partito Democratico é una polveriera che non salta per aria solo perché non hanno più nemmeno le munizioni. Non c’é un leader, non c’é un gruppo dirigente, non ci sono giovani leve degne di sostituire i matusa (pensate solo ai ragazzotti renziani venuti su dal niente: c’é da mettersi le mani nei capelli, per quanto sono capre, citando Sgarbi). E infatti non c’é nemmeno una maggioranza con cui andare a congresso e uscire dalla stasi clinica in cui si trova dalle regionali 2015, con la batosta storica presa dalla Moretti, e da cui non si é più ripreso. A proposito di Moretti: é tornata ad evoluire sui media, sia pur con più moderazione rispetto allo sbraco bulimico di un tempo. Ma la tabe non é lei, che semmai é il sintomo più eclatante della malattia. Il morbo é l’inconsistenza di una forza politica che somiglia alla poltiglia: a parte il quotidiano gioco di rimbecco con gli avversari, non c’é un colpo d’ala, un’idea forte, un richiamo che resti in testa. Così si coglie al volo la palla del referendum e ci si nasconde dietro il prossimo impegno referendario per mascherare la tragica realtà.
C’é un gruppo di consiglieri regionali che, a parte la giusta tigna di Andrea Zanoni sul caso Pfas, si contraddistingue per sonnolenza pesante. Con “buchi” clamorosi come sulla questione delle banche popolari, in cui il Pd in Regione, a parte una commissioncella giusto-per, ha brillato per assenza e quietismo. Fra i maggiorenti é corsa al coltello per il posto di segretario, oggi occupato per inerzia dal dimissionario e travicello De Menech: Santini, Puppato, Giaretta, perfino Angelone Guzzo guardava rapace a quella poltrona di sicura visibilità e futura influenza sulle candidature alle politiche. Sul territorio, peggio che andar di notte. Pensate solo a Verona, dove fra qualche mese sarà già campagna elettorale in vista del voto nel 2017: c’é un pezzo di partito che ammicca a Tosi (l’indebolitissimo Tosi: menti fini, i grandi strateghi piddini) e che tenta di svicolare le primarie, altrimenti, tregenda suprema, potrebbe vincerle quel massimalista tignoso e anti-tosiano di ferro del capogruppo comunale Bertucco.

Il Movimento 5 Stelle potrebbe a questo punto espandersi nel campo di sinistra, visto che a destra, fra zaiani, leghisti e quel che resta di Forza Italia, lo spazio é saturo. Ma, non si sa se consapevolmente o alla cieca, i grillini questa mossa non la fanno (tanto é vero che, pur picchiando sui temi tradizionalmente ambientalisti o dei costi della politica, su altri, come l’altamente significativa risoluzione filo-russa, affiancano la maggioranza). Spostarsi a sinistra, tatticamente, sfruttando le sabbie mobili in cui é immerso il Pd, in astratto avrebbe un senso. Ma solo in astratto. Strategicamente, sarebbe un errore madornale. Il Veneto é terra maggioritariamente moderata, diciamo di centro e destra. Giù su molti punti i 5 Stelle sono visti ancora come “sinistrorsi” (basti pensare al radicalismo sulle unioni civili o all’entusiasmo sul reddito di cittadinanza). Figuriamoci se dovessero mettersi a rincorrere il senso comune di sinistra (per esempio sugli immigrati, su cui infatti si tengono schisci): sarebbero risucchiati nel gorgo di quella “vocazione minoritaria” che ogni buon sinistrorso veneto si porta addosso come una medaglia. O come una croce. E così i grillini fanno i grillini: quel tanto di opposizione che basta per essere chiamata tale. E meno male, altrimenti saremmo quasi a secco di dialettica.

Il resto, ahimé per noi che abbiamo un debole per le minoranze e le voci dissidenti, son frattaglie. Così il Veneto va avanti: a vista. Fra la terra bruciata del risparmio azzerato (i 220 mila azionisti di BpVi e Veneto Banca non dimenticheranno, o almeno lo speriamo, per la loro dignità) e l’immancabile e inestirpabile ciarlare continuo di grande opere, di Tav, di porti off-shore, di tutto e di più. Il solito, amabile, detestabile Veneto che naviga operoso inseguendo l’oggi, e non il domani. E tanto meno il dopodomani.