Frankout, l’arte “salva” Campo Marzo

Contest artistico in un contesto difficile, che grazie a queste occasioni vive momenti felici. Il racconto dalla parte della giuria

Campo Marzo, nel suo essere spazio aperto e verde, è il guado di due piccoli mondi. Quello del centro, dove Vicenza vive, e la parte di città di chi arriva e se ne va: la stazione a pochi metri dall’inizio del parco. Questo è sempre stato lo spazio del non vissuto. Perlomeno, non da chi va a spasso con il cane nelle prime ore del mattino, non dai bambini e dai loro palloni. Non dai lettori di giornali, accaniti su panchine e coperte. Campo Marzo non è mai stato nient’altro che la casa della legge infranta, del degrado tangibile. Una serie di iniziative promosse da singoli cittadini, associazioni e dallo stesso Comune hanno provato, nel tempo, a dare una vita diversa al Campo. E proprio qui, tra il sole di un maggio che sta per finire, sono circa venti i ragazzi che disegnano, scrivono, pensano. Seduti, alcuni per terra. Tavoli sparsi di colori, tempere, bombolette spray.

Siamo al Frankout Art Contest 2016, terza edizione di un’iniziativa che vuole essere un «un elogio al talento e la creatività, con l’obiettivo di accrescere la consapevolezza dell’innovazione in quanto competenza chiave per lo sviluppo personale e sociale». Lo descrive così Sotirios Papadopoulos, coordinatore dell’evento. «L’idea è di un mio ex allievo, Raffaele Schiavone», continua, «è con lui che siamo partiti qualche anno fa, da Vigardolo. Questa è la prima volta che entriamo davvero nella città». La scelta di Campo Marzo non é casuale, insomma. Sette ore di tempo per sviluppare a tecnica libera un’opera sul tema della “natura: amica ostile”. Non manca la musica jazz che si intrufola nelle ultime ore del giorno, a lavori ormai conclusi. Non mancano nemmeno i cicheti e il buon vin veneto. Alcuni ragazzi, della compagnia “Fucina della notte rossa”, mettono in scena una performance muta. Si attende il momento della giuria, chiamata a votare le opere e decretare così i primi tre classificati. I premi sono in denaro e in buoni acquisto.

Di sera, la luce gialla dei lampioni, nasconde i colori e non è sempre facile poter esprimere un giudizio. Gli stessi ragazzi, un po’ emozionati, provano a sottolinearlo. Piccola pecca di un contest nel complesso ben riuscito. Il tema della natura, si rivela in tutte le diverse interpretazioni. Sono quasi tutti giovanissimi, i partecipanti. E’ bello vedere come cercano di spiegare qualcosa che forse, di spiegazioni, non ha bisogno. Che il fine dell’arte è l’arte stessa. Sarà.

Faccio parte di una giuria variegata, stasera. Artisti, architetti, giornalisti. A decidere, anche il vicesindaco Jacopo Bulgarini D’Elci e l’assessore Filippo Zanetti. “I voti vanno da zero a dieci, potete prendervi tutto il tempo che volete. Sentir parlare i partecipanti potrà aiutarvi nel giudizio”, ci dicono. Scherziamo su chi sarà il più severo. L’unica donna del gruppo? Il più istituzionale, o il più creativo? Chi lo sa. Osservo l’opera di un concorrente, una forma di street art dalle linee blu e rosso acceso. «Ieri in Rajasthan la temperatura ha toccato i 51 °C. E questa è solo un’ulteriore prova di interi stili di vita che devono forzatamente cambiare. Un intero sistema da ripensare», afferma, mentre spiega le scelte del suo processo creativo. Ripenso al fine dell’arte.

A vincere é l’opera di Denis Corà, un complesso disegno ricco di simbolismi che tocca concetti come la vita, la morte, la nutrizione. Sorprende il giovane Andrea Nova, di Brescia, con il suo tronco d’albero. Terzo posto per Andrea Dalla Barba. E mentre l’art contest si chiude, tra gli applausi dei partecipanti, mi guardo intorno e penso che, in fondo, oggi Campo Marzo è vissuto. Di storie, di musica e persone. Facciamolo più spesso.