Veneto Banca, la volontà d’impotenza del “territorio”

Le associazioni di piccoli e grandi soci avevano conquistato il cda staccando in vitalità la cadaverica BpVi. Ma non è servito a nulla

Veneto Banca “vale” oggi 12,4 milioni. Appena l’altro ieri, il suo valore teorico era di 4,9 miliardi, quello reale 1 miliardo, cioé l’ammontare del capitale di cui ha bisogno per non fallire. La situazione é tragica ed é anche, nonostante qualche fatto grottesco, decisamente seria. La piega semi-identica a quella già vista in Banca Popolare di Vicenza (la “forchetta di prezzo” dell’azione col minimale a 10 centesimi, per un massimo potremmo dire “onesto” di 50 centesimi mentre in BpVi era, strampalatamente, a 3 euro) una qualche sorpresa l’ha suscitata a tutti. Le differenze fra i due istituti creditizi “gemelli” c’erano: un patto di garanzia con un gruppo di banche guidato da Imi (Intesa) con una soglia minima per il collocamento al 25% (condizione che non aveva posto l’insufficiente garanzia di Unicredit ai vicentini, errore che ha contribuito a far saltare la testa dell’ad Ghizzoni); una maggior supervisione da parte della Bce, che ha protetto Cristiano Carrus mantenendolo al timone operativo come dg, il che faceva pensare a spalle più coperte; un tentativo più marcato di recuperare la credibilità devastata dai risultati degli ex amministratori a cominciare dall’ex ad Consoli, messi sotto un’indagine giudiziaria che si sta facendo sempre più assidua, con una più decisa volontà di far loro causa con l’azione di responsabilità (bocciata in BpVi, che dovrà aspettare la prossima assemblea di luglio col padrone unico Atlante per riparlarne).

Ma evidentemente, il disinteresse totale dei fondi d’investimento a partecipare all’aumento di capitale da 1 miliardo ha messo in chiaro che sono i numeri nudi e crudi a contare sopra ogni cosa: il crollo della raccolta, con i clienti che scappano (ma che scappano meno rispetto a Vicenza), e soprattutto l’elevata zavorra delle sofferenze (37%,8%), ha reso inadeguato il percorso, più virtuoso rispetto ai cugini berici, che si era già avviato con la parziale discontinuità negli ultimi due anni e specialmente con la conquista del cda da parte di due associazioni, dei piccoli e grandi soci, che avevano dimostrato come il famoso, o famigerato, “territorio” fosse più vitale e battagliero, issando una persona competente come Ambrosini alla presidenza. E tutto ciò sebbene in palio ci fosse il governo di un periodo temporaneo, quello fra maggio e l’estate, quando, Atlante o non Atlante, Borsa o non Borsa, nuovi proprietari si affacceranno al controllo e gli attuali amministratori potranno ambire a una poltrona al massimo, nel futuro board.

Si può discutere, come ha fatto per esempio su questo giornale online Sergio Noto, su quale sia davvero il significato dei crediti deteriorati in pancia alle popolari venete non quotate, col meccanismo dei fidi conteggiati dalle regole europee in negativo, anziché come metro delle esigenze dell’economia reale. Si può anche ipotizzare che dietro il tracollo di Veneto Banca e della Popolare di Vicenza vi sia un “disegno” per spazzare via un sistema di credito locale che fa gola per la sua clientela ricca di imprese vivaci e proiettate sui mercati internazionali. Ma se, come fa per esempio su queste colonne online il gruppo dei soci più incazzati, parliamo di Basilea 3, non diciamo niente di nuovo (é la logica di concentrazione della miriade di istituti e casse di risparmio in grandi banche di livello continentale, di cui scrivevamo già l’anno scorso).

Se invece parliamo di una manovra occulta e premeditata di interessi specifici, ne avremo prova quando Atlante, dopo essere subentrata a Imi-Intesa nel garantire l’inoptato di Montebelluna esattamente come a Vicenza (e con ciò molto probabilmente facendo saltare anche lì la quotazione a Piazza Affari), dopo aver riorganizzato la banca come una semplice banca (per il valore dei suoi asset e per le cifre che presenta, e non in nome di un “territorio” che per gli investitori globali é una parola vuota), dopo aver magari fuso i due istituti facendo una strage erodiana dei doppi fidi e dei doppi sportelli (ora hanno anche lo stesso revisore dei conti, Pricewaterhouse), dopo aver fatto tutto ciò, passerà la mano al mercato autentico, quello non pilotato dal governo di Roma e dal sistema bancario nazionale pauroso dei contraccolpi di un fallimento delle due venete. Atlante, infatti, é un pronto soccorso, non un ospedale di lungodegenza: per tenere artificialmente in vita Vb e BpVi sta dilapidando 2,5 dei suoi 4,2 miliardi. Solo quando avrà ultimato il suo compito chirurgico e arriveranno i compratori veri, sapremo chi ci avrà guadagnato, dalla svenetizzazione che lascia 220 mila azionisti defraudati di quasi il 100% dei propri risparmi. Sempre che, s’intende, l’operazione di salvataggio riesca (per citare uno che ne sa: secondo l’economista Zingales sul Fatto Quotidiano di oggi, Atlante potrebbe non bastare).

Ma fino a quel momento, si deve seguire passo passo l’evolversi dei fatti. E i fatti sono impietosi. Il cda che ieri ha fissato il prezzo minimo a 10 miserrimi centesimi è in mano alla cordata vincitrice all’ultima sovrana assemblea dei soci. Se il “disegno” c’é, vi si sono sottomessi senza ribellarsi. E’ ovvio che sapevano già da alcuni giorni come sarebbe andata a finire: perché non esternare pubblicamente la propria insoddisfazione? Proviamo a risponderci da soli: perché avrebbero dovuto ammettere di aver già fallito. Sarebbe certo un’ammissione perdonabile, rispetto all’imperdonabile comportamento tenuto dall’ad Iorio e dal balcanizzato e screditato cda di BpVi. Ma sempre di una prima, clamorosa sconfitta si tratta. Suona cacofonico, quindi, lo stracciamento di vesti di Loris Tosi (in foto), mente dell’associazione dei grandi soci “Per Veneto Banca”, che su La Tribuna di oggi si dice scandalizzato («tra tutti i prezzi possibili, lo stesso di Vicenza? Possibile che queste due banche non valgano nulla?»). Ma non ci sono forse uomini della sua stessa associazione, nel board?

Così come si fa ancora più difficile la posizione del presidente dell’associazione medesima, Bruno Zago, che nei giorni scorsi si era detto fiducioso di far mettere sul piatto agli investitori locali una cosa come 250 milioni. Quali e quanti ne convincerà, adesso? Amara, infine, appare la vicenda in cui é coinvolto il vicepresidente Giovanni Schiavon, riferimento per i piccoli soci: l’orologio d’oro e la bicicletta da 5.500 euro elargiti ai tempi di Consoli saltano fuori ora, facendo seguito alle accuse di vicinanza fra i due mosse dall’ex presidente Pierluigi Bolla (che aveva reso noto il finanziamento di Vb alla Fondazione Treviso Giustizia chiusa nel 2014, promossa dall’ex presidente del tribunale di Treviso). La tempistica appare effettivamente strana, ma al netto della regolarità dei fatti che lo riguardano personalmente (e che Schiavon rivendica, tanto da aver già presentato querela), é l’intero consiglio d’amministrazione che da queste giornate esce a pezzi, per non aver centrato il primo, fondamentale obbiettivo: rendere negoziabile i titoli della banca. Il nervosismo di queste ore, con Ambrosini che bacchetta Schiavon per “parlare troppo”, indica fin troppo bene l’ansia che pervade i piani alti di Veneto Banca. Il rischio di aver esaurito la propria funzione ancor prima di cominciare, dando prova di una patente impotenza, é forse il fosco pensiero che li domina.