Il processo a Zonin. Che non si fece mai

Le accuse del 2002 non andarono mai oltre i preliminari e finirono con l’assoluzione. Tutto partì da un esposto. E dalla decisione di una (ex) giudice

Dopo molti anni di silenzio, su questo giornale online si é rifatta viva Cecilia Carreri. La ex giudice del tribunale di Vicenza vive appartata, avendo completamente abbandonato il proscenio dopo aver lasciato la magistratura in seguito ad un «accanimento» da parte dei suoi ex colleghi. La storia é nota: nel 2005, per una grave depressione causata dalla malattia e dalla morte di entrambi i genitori, prese ferie arretrate e partì per una traversata atlantica. Venne accusata di assenteismo e finì deferita al Consiglio Superiore della Magistratura. A suo dire una «montatura» che la portò a dimettersi. Ora, undici anni dopo, venuto a maturazione lo scandalo finanziario-giudiziario della Banca Popolare, ha inviato una nota che Vvox ha pubblicato domenica 5 giugno, in cui ricorda il tentativo che fece nell’ormai lontano 2002 di «fermare una situazione bancaria già grave e allarmante». Raggiunta telefonicamente, la Carreri non ha voluto rilasciare ulteriori dichiarazioni. Il caso che lega l’istituto di va Battaglione Framarin all’ex giudice, tuttavia, merita di essere richiamato (come in parte abbiamo già fatto su Vvox lo scorso febbraio, con un intervento di Adriano Verlato). E questo perché, a posteriori, getta una luce sinistra su quanto avvenuto ed emerso dopo.

Siamo nel 2001. Il 5 maggio di quell’anno ci fu un’assemblea dei soci della BpVi molto combattuta. A contendersi la gestione, tre cordate: la lista di Zonin, allora presidente da cinque anni, quella dei suoi avversari (Campeis-Miola-Destro-Pretto-Zanguio, sostenuti da Gianfranco Rigon, Alessandro Dalla Via e Angelo Perin), e quella di cinque sigle sindacali. La seconda, agguerritissima, aveva lanciato la campagna d’assalto il 10 marzo 2001 con un esposto contro Zonin, il direttore generale Glauco Zaniolo e quattro ex dirigenti per falso in bilancio e false comunicazioni sociali (nel ’98), conflitto d’interessi e violazione legge bancaria (per le società Acta e Querciola), e appropriazione indebita. Le accuse si basavano su fatti denunciati dall’ex dg Grassano in un memoriale di fine 2000 che, come disse qualche tempo dopo un imprenditore, diventò «più diffuso di Famiglia Cristiana».

Qualche giorno prima titolava così CorrierEconomia, l’inserto settimanale del primo quotidiano italiano: “Vicenza amara per Zonin”. Banca d’Italia si era già fatta viva con un’ispezione, e in un rapporto proprio del 2001 scriveva che «le modalità di determinazione annuale da parte del consiglio» del prezzo delle azioni «non sono ispirate a criteri di oggettività», denunciando la mancanza di «una reale dialettica» all’interno del cda, con l’eccezione di un solo consigliere: Rigon. Il quale, senza peli sulla lingua, contestò anche il sistema di voto di quell’assemblea “storica”: «In una popolare non dovrebbero esistere padroni, poiché istituzionalmente il socio con 100 azioni conta per un voto come quello che ne possiede 100 mila (…) Con schede prestampate, come quella che sarà consegnata ai soci, si votava nei vecchi regimi dell’Est… Non si può ritenere un’elezione democratica quella in cui si vota inserendo nell’urna la scheda senza averla nemmeno aperta, intendendosi votati tutti quei candidati che hanno avuto il privilegio d’avere solo il loro nome prestampato» («Perché ho rotto con Zonin», Giornale di Vicenza, 1 maggio 2001).

Zonin veniva dipinto dai critici come un “padre-padrone”. Lui replicò alla vigilia dell’assemblea, in un’intervista all’allora direttore del Giornale di Vicenza Giulio Antonacci: «Chi fa proprio questo slogan, dimentica e trascura di considerare che la nostra banca ha un organo collegiale di indirizzo e di governo che é il consiglio di amministrazione. Nessuna decisione, nessuna strategia può essere attuata senza che essa venga esaminata, discussa, approfondita e, se del caso, adottata dal consiglio di amministrazione. Le ripeto che, in questi anni e in ogni circostanza, il consiglio ed io abbiamo lavorato in piena sintonia, condividendo collegialmente tutte le scelte». Era chiaro che la Banca Popolare di Vicenza era la “banca di Vicenza”, la banca della città, la banca di sistema: «l’istituto di via Battaglione Framarin é l’unica banca berica che conserva il potere decisionale in città», scriveva Antonacci nel suo editoriale del 5 maggio. Finì che Zonin vinse.

L’esposto-denuncia, invece, continuò a tenere banco. Ma non trovò ascolto presso il procuratore di Vicenza, Antonio Fojadelli, che nel marzo 2002 chiese l’archiviazione: «l’esposto dell’Associazione degli azionisti della Banca Popolare di Vicenza del marzo 2001 venne accompagnato da una serie di anonimi… trova conferma l’ipotesi di un’iniziativa scaturita all’interno della Banca Popolare e manifestamente indirizzata alla demolizione del gruppo maggioritario e della presidenza». Lo stesso giorno, il 16 marzo 2002, sul Giornale di Vicenza compariva un intervento di Mario Giulianati, a cui la Carreri fa riferimento nel suo recente comunicato. A quel tempo l’ex politico del Psi, poi nell’area Forza Italia, guidava l’Associazione per lo Sviluppo della Banca Popolare di Vicenza, apertamente schierata coi vertici della banca. In quella lettera, infatti, Giulianati sosteneva che l’associazione rivale, di Dalla Via e Perin, non rappresentava «la totalità degli azionisti», e che da parte loro c’era un «accanimento, sempre meno comprensibile, nei confronti della Presidenza della Popolare e della Banca stessa», mettendo a rischio il risparmio «frutto del lavoro» degli azionisti, che non andava «vanificato da forme di rivalsa personale e dal desiderio di protagonismo trasformatosi in costante assalto all’Istituto bancario vicentino».

Il 20 giugno 2002, in una giornata di sciopero dei magistrati, all’udienza in cui le parti spiegarono le proprie posizioni al gip Carreri, Fojadelli, pur scioperando, intervenne lo stesso perché i reati contestati erano a rischio prescrizione, ribadendo che dalle indagini – caratterizzate dalla frattura all’interno della Procura, perché il sostituto Antonino De Silvestri non era d’accordo con le sue conclusioni e gli aveva restituito il fascicolo – non erano emersi indizi a carico di Zonin e degli altri. Ma arriva il colpo di scena: la giudice per le indagini preliminari Carreri non solo respinge la richiesta di archiviare la pratica, ma decide l’imputazione coatta. E lo fa due giorni dopo con queste parole: «emerge una continua commistione tra interessi istituzionali della BpVi e interessi personali o societari del tutto estranei. I legami non sono diretti ed espliciti, ma opportunamente dissimulati dietro operazioni di apparente regolarità formale». Sull’acquisto del palazzo di Calle Goldoni a Venezia da parte della società Querciola di Silvano Zonin dalla Bnl, di cui il fratello Gianni Zonin era vicepresidente (fra i testimoni, infatti, sfilò anche Davide Croff, l’ad di Bnl), la BpVi prese in carico l’affitto, che secondo le accuse era ad un canone non fra i più vantaggiosi, sostenendo inoltre spese di ristrutturazione al triplo di quelle preventivate. Zonin non avrebbe informato il cda, e anzi un board di Querciola si sarebbe svolto negli uffici BpVi. Zonin sosteneva di essere estraneo, che il fratello non era socio in nessuna sua azienda e viceversa, «anche se l’informazione che la Bnl intendeva vendere fui io a fornirgliela, cosa che ho fatto e faccio anche con altri operatori» (GdV, 28 giugno 2002). Acta, azienda di Zonin di cui l’ad della banca Glauco Zaniolo era amministratore, fu finanziata nel 1998 dal Mediocredito Trentino con 16 miliardi di lire per comprare un’azienda vinicola in Friuli, a fronte di un prestito azionario di 18 miliardi di lire sottoscritto dalla BpVi dopo quattro giorni. La Carreri riassumeva così i due casi: «la finalità… era di far acquisire ad una società del fratello (Querciola) un immobile che di fatto, tramite i canoni, pagava la BPV e di finanziare, tramite obbligazioni acquistate da BPV, una società controllata dallo stesso Zonin».

C’era poi il capitolo derivati, quelli di Barclays e Bankers Trust Bank. L’essere passati da swap di copertura a swap speculativi era stata, scriveva sempre la Carreri, un’«operazione speculativa e a grave rischio per la banca..» di cui «non vi è traccia nel bilancio 1998». Nessuna rilevanza penale, invece, per un viaggio di Zonin a Parigi a spese della BpVi, l’utilizzo della carta di credito della banca per un viaggio di vacanza personale con rimborso dopo un mese, il tentativo di far avere alla sorella una provvigione per la vicenda Immofina, l’elargizione di denaro a sindacalisti o a parrocchie del veronese: «rappresentano un certo modo di rappresentare la propria carica istituzionale all’interno della BPV». Giudizio etico e comportamentale, tutt’al più. Giulianati, costernato, dava tutta la sua solidarietà al presidente e al direttore generale: con «sorpresa e rammarico», lui e la sua associazione auspicavano «che… il dott. Zonin e il dott. Zaniolo rimangano al loro posto e continuino a prestare la loro opera, apprezzata, nell’interesse dei soci» (24 giugno 2002). Il giorno dopo, pagina intera di altrettanta solidarietà sul GdV da parte del dg Divo Gronchi, dei vicedg Luciano Colombini e Samuele Sorato e di una trentina di dirigenti e manager.

Nel gennaio 2003, per il giudice dell’udienza preliminare (Gup) Stefano Furlani, non si doveva fare nessun processo, perché il governo Berlusconi aveva nel frattempo abrogato il falso in bilancio e semiabrogato il conflitto d’interessi (che però restava in vigore nella legge bancaria). Furlani rimise gli atti alla Corte Costituzionale. Il punto da dirimere era la modifica dei reati finanziari (decreto legislativo 61 del 2002 sul diritto societario) in contrasto con l’articolo 3 della Carta. Le nuove norme approvate dal governo Berlusconi nel 2002, in sostanza, prevedevano il conflitto di interessi per i dirigenti di banca, ma non per gli amministratori delle società.

L’iter successivo fu il seguente. Dopo il ricorso del sostituto procuratore generale di Venezia, Pietro Pisani, nel marzo 2003 (in cui bocciava con una dettagliatissima disamina di 13 pagine il proscioglimento deciso da Furlani, definito «erroneo e ingiusto, tanto in linea di fatto che in punta di diritto», in quanto il Gup aveva «travalicato i limiti delle sue funzioni, “appropriandosi”, per così dire, in modo non consentito, del ruolo e dei compiti del giudice del dibattimento», contestandolo punto su punto) e in seguito ad una nuova udienza preliminare ordinata dalla Corte d’Appello lagunare che, ravvedendo nei fatti una sufficiente gravità e ordinando di rifare tutto per un difetto di notifica (l’indirizzo sbagliato!), rispedì il faldone a Vicenza, il caso ritornò nelle mani di Furlani. Il 10 febbraio 2005 questi non smentì se stesso, stabilendo ancora il “non luogo a procedere”.

La Procura Generale di Venezia fece ancora una volta ricorso. E qui é interessante rileggere cosa scrisse il sostituto procuratore generale, Elio Risicato: definì quella di Furlani una «illogica decisione assolutoria». Il gup vicentino, secondo Risicato, non tenne «alcun conto dei principi affermati dalla Corte Costituzionale, cui lo stesso Gup aveva rimesso gli atti (…) Compito del Gup era dunque quello di confrontarsi con le indicazioni fornite… anziché preoccuparsi di aggirarle». Nella stessa sentenza del gup, per altro, secondo il Procuratore Generale c’erano «le seguenti incontestabili circostanze: 1) fu posto in essere un acquisto “antieconomico” (anzi in perdita di centinaia di milioni di lire…) di obbligazioni del Mediocredito di Trento… 2) avvenuto allo scopo di…erogare un prestito… a condizioni estremamente vantaggiose alla società Acta… 3) Zonin e Zaniolo si sono dunque concretamente avvantaggiati delle operazioni poste in essere nelle concomitanti vesti di Presidente e membro del consiglio di amministrazione». Risicato chiede ancora una volta il rinvio a giudizio.

Passarono quattro anni. Nel 2008 era diventata presidente della Corte d’Appello veneziana per la prima volta una donna, Manuela Romei Pasetti, che cercò di dare una scossa ad un ufficio ingolfatissimo.  Eppure si dovette aspettare fino al 26 febbraio 2009 perché la Corte d’Appello di Venezia si pronunciasse, dando ragione a Furlani. Sulla faccenda Querciola, in quanto non era «emersa prova della partecipazione diretta o indiretta dello Zonin alla società del fratello», mentre su Acta, come aveva scritto il Gup berico, si trattava di «uno scambio di favori, non suffragato da un vincolo affettivo». In generale, se di conflitto d’interessi si poteva parlare, nel caso specifico i contorni non erano abbastanza «tipici e definiti», e il collegamento fra le due vicende non era così evidente e dimostrabile. Il fatto, insomma, non sussisteva.

Nel 2003 Fojadelli lasciò la Procura di Vicenza, per diventare poi procuratore a Treviso. Nel 2012 si candidò a sindaco di Conegliano con una coalizione di centrosinistra. Come ha scritto Giovanna Faggionato su Lettera43.it il 16 marzo scorso, dal 2014 siede nel consiglio d’amministrazione della Nordest Merchant srl, controllata della BpVi. La Romei Pasetti se ne andò in pensione prima del tempo, nel marzo 2012, e nel settembre di quell’anno (in quel momento era anche nell’organismo di vigilanza di Finmeccanica, per cui finì coinvolta nell’inchiesta sulla gestione dell’ex ad Giuseppe Orsi) entrò nel cda di Banca Nuova, controllata siciliana di BpVi, dove tuttora siede. Quanto alla Carreri, nel suo libro autobiografico, “Fermate la giustizia”, ad un certo punto leggiamo: «rimasi turbata dalla sostanziale mancanza di indagini che avrebbero potuto estendersi a macchia d’olio sull’intera gestione di quella banca. Invece quelle indagini si erano fermate in superficie. Mi rammaricai di non essere, in quel momento, un Pubblico Ministero perché dalle carte del fascicolo emergevano moltissimi filoni d’indagine da esplorare con rigore; poteva nascere un’indagine molto consistente ed estesa a molte banche e imprese che gravitavano attorno a quel personaggio. Al momento di fissare l’udienza preliminare… non si riusciva ad assegnare quel processo a nessuno: si scoprì che tutti i magistrati avevano rapporti finanziari con quella banca, uno anche per debiti molto rilevanti». Malinconicamente, a Stefano Lorenzetto che la intervistò sul Giornale anni dopo, la ex giudice appassionata di vela lasciò queste parole che,  rilette oggi pensando alla vicenda BpVi, fanno riflettere: «il giudice assomiglia al velista che affronta l’oceano: è solo. E io sono di indole solitaria. Ho dato le dimissioni per disperazione. Vorrei, almeno per un giorno, rimettermi la toga, entrare in tribunale a testa alta, guardare in faccia la gente e dire: dove eravamo rimasti?».