Risiko finanziario, Zanini: «Verona indebolita»

Alla guida dell’associazione “Banca Viva” fino a poco tempo fa, l’imprenditore analizza i casi Cariverona, Cattolica-BpVi e fusione Bp-Bpm

Da un lato amarezza e rassegnazione per un progetto  che vedeva Verona e il suo territorio al centro di un polo finanziario che sfumato per sempre «con gravi danni economici»; dall’altro una buona dose di realismo che prende atto che la fusione avviata tra il Banco Popolare e la Popolare di Milano è rimasta l’unica via da percorrere, «anche se non piace». Questa la contraddizione in cui si dibatte Germano Zanini, un giovane imprenditore veronese impegnato nel settore delle energie rinnovabili, che fino all’approvazione dell’ultimo bilancio è rimasto alla guida di “Banca Viva”, l’associazione che raccoglie un buon numero di piccoli soci della vecchia “Mutua” di Piazza Nogara, e la cui funzione è sempre stata quella di promuovere il “polo finanziario cittadino”, con tutta la sua veronesità. Con lui abbiamo provato ad analizzare il complicato momento di passaggio che il Banco Popolare sta vivendo in questi giorni, dopo che in primavera (il 23 marzo) è stata annunciata la fusione con la Banca Popolare di Milano.

In Piazza Nogara, dove è in corso il terzo aumento di capitale in cinque anni (stavolta da 1 miliardo di euro), è stata una settimana di sofferenza, che si è chiusa con un forte rimbalzo che ha salutato la chiusura della prima fase, quella dei negoziazione dei diritti da parte dei soci, che ha lasciato molto soddisfatto il ceo Pier Francesco Saviotti. Nell’operazione che si chiuderà mercoledì 22 giugno, a ridosso della Brexit, si va verso il tutto esaurito nelle sottoscrizioni, con gli azionisti retail che hanno coperto il 35 oer cento del fabbisogno. Ora si attendono i fondi istituzionali. «E siamo un po’ perplessi», dice Zanini, «anche perché prima di essere soci, siamo cittadini. E così non posso esimermi dal guardare al recente passato. A Verona c’erano tre pilastri importanti: il polo assicurativo di Cattolica, la forte presenza della Banca Popolare, e Cariverona con la sua presenza in Unicredit. Se non facciamo qualcosa insieme, abbiamo sempre ripetuto, il mercato ci mangia. Ebbene, siamo riusciti a fare tre debolezze. A Paolo Biasi abbiamo sempre detto: vendi Unicredit. Pensate che il tesoretto di Verona, 3,5 per cento iscritto a bilancio, sono 2,1 miliardi di euro: ora valgono 700 milioni… un minimum incredibile. Il Banco sappiamo come è messo, e Cattolica ha come riferimento il Fondo Atlante che controlla la Popolare di Vicenza. Che interesse può avere il Fondo Atlante per un territorio come quello di Verona? Potevamo diventare un punto di riferimento e invece è stato fatto un danno economico enorme, bruciato miliardi e diminuito il peso di Verona. In una parola, giocando tre partite separate, abbiamo buttato via soldi e 140 anni di storia».

Questo è il passato con i suoi rimpianti e le pesanti ferite per i soci, ma il futuro?
Non c’è alternativa alla fusione con Milano. Non mi piace quello che accadrà, ma non c’è altro da fare.

I moltissimi soci veronesi che si sono messi in fila per  l’aumento di capitale a prezzo stracciato (poco più di 20 centesimi se non si tiene conto del lifting del raggruppamento delle azioni 10 a 1) restano in attesa delle nuove tappe che di qui a novembre porterà prima alle assemblee per l’approvazione della fusione e poi all’aggregazione, sempre che dai pensionati della Bpm non arrivino sorprese. Che ne pensa?
Cosa volete che vi dica: ora il rafforzamento patrimoniale è stato portato a casa e così si riesce a fare il terzo gruppo bancario competitivo.

Ma l’azionista quanto ci rimette?
La figura del socio legato al territorio scompare. Verona viene impoverita sul piano territoriale, mentre su quello industriale non ha alternative. Certo non siamo Veneto Banca o Popolare vicentina. La nostra è la soluzione meno peggio. A differenza dei vicini non si è perso il patrimonio.

Ma i precedenti valori?
Vi ricordate quelli del 2006… Scordiamoceli. Verona è molto indebolita. Poteva essere la seconda capitale finanziaria dopo Milano. Invece il capoluogo lombardo si è rafforzato al primo posto, mentre al secondo si è infilata Bologna. Verona e il Veneto non sono più in classifica. Il socio non esiste più. Ora c’è l’azionista e aspettiamo di vedere quando piomberanno i fondi stranieri. Ma per creare valore non c’è alternativa, sennò il mercato ti spazza via. Ma che sconfitta grade per Verona!