De Silvestri (ex pm): «avrei processato Zonin»

Dietro i fascicoli aperti su Zonin nel 2001, c’era l’ex pm Tonino De Silvestri, 73enne, oggi avvocato. Intervistato dal Giornale di Vicenza, De Silvestri, che è anche socio Bpvi – «tuttora lo sono», dichiara, «e ho perso tutti i risparmi della mia famiglia. Per me un disastro» – chiarisce diversi aspetti dell’inchiesta e della sua archiviazione, ora al centro di un’indagine interna del Csm. «Di fatto ero io», afferma, «che svolgevo l’inchiesta coordinando la guardia di finanza». Le fiamme gialle, invece, erano sotto «il capitano Giuseppe Ferrante, comandante della polizia tributaria, che anni dopo sarebbe stato assunto dalla banca». De Silvestri però ci tiene a precisare che Ferrante «sulla BpVi condusse un’indagine ineccepibile».

«Le ipotesi di reato iniziali», prosegue, «erano di appropriazione indebita, false comunicazioni sociali e conflitto d’interessi». L’indagine si avviò nel marzo 2001, «quando viene depositato un esposto da parte dell’Associazione degli azionisti (…) firmato da Alessandro Dalla Via e gli avvocati Andrea Rizzato, Angelo Perin e il compianto Luigi Arena». L’esposto muoveva dal memoriale di Grassano, dg fuoriuscito da BpVi nel dicembre 2000. Il procurato capo Antonio Fojadelli «durante la prima fase delle indagini non intervenne quasi mai» e solo «dopo qualche tempo iniziò ad assistere agli interrogatori e a tutti i passaggi più delicati».

«L’ipotesi su cui lavoravamo sosteneva che il presidente strumentalizzasse la Banca per fini propri», racconta De Silvestri. «Avevamo indizi in tal senso. Però i giudici di primo e secondo grado hanno poi ritenuto non fossero fondati sul piano delle prove. Tant’è che hanno assolto il presidente e il consigliere delegato». Ma c’è dell’altro: «Fu un momento molto turbolento», ricorda l’ex pm, «un mio caro amico un giorno mi chiese se potevo andare a casa sua e, una volta lì, mi chiese se potevo essere più leggero nell’inchiesta. Reagii in malo modo. Lo bloccai e gli dissi che non lo denunciavo solo in virtù della nostra amicizia trentennale».

Pure Fojadelli si mise di traverso: «quando venne il momento di prendere la decisione se mandare a processo o meno gli indagati, lui era per la richiesta di archiviazione e io non ero d’accordo. Pertanto, non mi assunsi la paternità di una richiesta di archiviazione che reputavo non in linea con le risultanze delle indagini. Il gip Cecilia Carreri, comunque, non l’accolse. La posizione del gip fu inevitabile, ma doverosa proprio perché gli atti, che ben conosco, parlavano chiaro. Dopo quell’inchiesta lei di fatto concluse con l’attività in Procura. Decisi che la mia fase di lavoro a Vicenza era conclusa. Avevo 60 anni e non volevo più saperne di rimanere in quell’ufficio».

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