Mulas, il prefetto solo

Il rappresenante del governo in provincia di Verona si sta battendo come un leone, in particolare contro l’infiltrazione mafiosa. Ma é isolato

Solo a fronteggiare l’avanzata di ‘ndrangheta, Cosa Nostra e camorra nella provincia di Verona. Solo a metterci la faccia. Salvatore Mulas, prefetto di Verona, è duro e resistente come un pezzo di legno restituito dal mare della sua Sardegna. La sua carriera è semplicemente un pezzo di storia italiana: dalla lotta al terrorismo e all’eversione a Torino, quando ogni giorno c’erano un paio di gambizzazioni e le aziende erano dei mattatoi, fino alla direzione della Squadra Mobile di Nuoro, dove si occupa dei noti sequestri di persona, riportando lo Stato in una terra dallo Stato martoriata e sfruttata. Nel 1992, dopo la strage Borsellino, viene mandato a Palermo a guidare quella Mobile che era stata di Boris Giuliano, ucciso nel 1979 da cosa nostra. Passa alla storia palermitana come l'”acchiappa-latitanti” perché tutti quelli che cerca, alla fine, li trova. Sotto la sua direzione mai un problema, mai un eccesso di “forza” da parte dei suoi durante o dopo gli arresti. Chi lo conosce dice che amava ripetere, in quegli anni, «abbiate rispetto per quelli che arrestate perché mettendogli le manette abbiamo già vinto. Lo  Stato deve vincere, non stravincere, non umiliare, altrimenti questi non cambieranno mai». Poi il ritorno in Sardegna e Piemonte, a capo di varie questure, fino alla nomina, nel 2009, di Dirigente Generale della Polizia di Stato. La sua prima Prefettura è quella di Sassari, nel 2011, e nel giugno del 2015 arriva a Verona.

Verona, dicevamo. In 365 giorni emette sette interdittive antimafia, provvedimento amministrativo che impedisce alle ditte in odor di mafia di partecipare agli appalti pubblici. Sette. Più o meno quelle emesse da Perla Stancari, suo predecessore, in sei anni. Prima la tabaccheria di via Vasco de Gama a Verona della famiglia Vaccaro (vicina a cosa nostra) e la Gfa di Bardolino, poi Nicofer, GFA, l’impianto di risalita di San Giorgio e Grika. A cui la scorsa settimana si sono aggiunte le aziende di Sommacampagna e Nogarole Rocca, Albi Service e alla Agl Group.
Solo e isolato, a fronte dei tempi incompatibili con la situazione della Direzione distrettuale antimafia di Venezia e della Procura di Verona, divise da un insensato destino: se Verona indagasse su reati di tipo mafioso farebbe di tutto per non contestare il 416 bis, reato di associazione mafiosa, onde evitare di dover passare le carte a Venezia e perdere l’inchiesta. Poche indagini, pochi sbocchi investigativi a fronte di una evidente situazione di emergenza: cui prodest?
Ad isolare, su altri fronti, il prefetto Mulas, ci si sono messi i sindaci del veronese, non su temi legati alla mafia, ma ai richiedenti asilo: per non perdere consensi e cavalcare l’ondata di ribellione contro la distribuzione dei migranti, i primi cittadini delle comunità lo hanno ormai eletto a capro espiatorio, addossando alla Prefettura la responsabilità di scelte di cui in realtà è solo intermediario del ministero. Ma lui, il sardo coriaceo, anche qui non si tira indietro, e ai sindaci che chiedono quotidianamente incontri e parlamenti, pare risponda sempre «io qui rappresento lo Stato e lo Stato non lascia per strada nessuno, italiano o non».

Ma è uno, soprattutto, il silenzio che lo sta indicando come unico oppositore alle infiltrazioni mafiose, ponendolo su un pericoloso e traballante piedistallo: quello del primo cittadino di Verona, Flavio Tosi, che non una parola ha speso per commentare pubblicamente gli ultimi provvedimenti di Mulas. E il silenzio di un sindaco non può essere giustificato dal fatto che molte aziende risiedono in provincia. Di base c’è che Tosi non crede a quanto è già quotidianità, non reputa utile dire a chiare lettere che i mafiosi e i loro amici a Verona non avranno mai vita facile. E forse non crede nemmeno a quanto attestato dai Carabinieri di Crotone: «Dal complesso delle intercettazioni sono emersi i rapporti tra i Giardino e amministratori locali di Verona: da una parte si ricava il loro (dei Giardino ndr) sostegno elettorale fornito all’attuale amministrazione comunale facente capo al sindaco Tosi; dall’altra si rileva il rapporto con l’assessore Marco Giorlo (ex assessore allo Sport) per ottenere appalti pubblici» (Tosi, mai indagato, e Giorlo, archiviato, negano ogni ombra di legame con la ‘ndrangheta). I Giardino: indicati da indagini e pentiti come “contigui” alla ‘ndrangheta.

Ma lui, Mulas, scrolla le spalle, racchiuse negli abiti di alta sartoria, e va avanti. Non ha aspirazioni politico-dirigenziali in città, come può essere accaduto a qualche suo predecessore, non ambisce ad altro che a fare il suo lavoro. E all’isolamento, al pericolo, alla delegittimazione in fondo c’è abituato. Tutto ciò per lui è ordinaria amministrazione.