Isis a Dacca, il nome giusto é: terrorismo islamista

E’ così difficile chiamare le cose col loro nome?

Odio, follia, strage: le parole scelte da media, politici e commentatori del blitz in un bar ristorante di Dacca, capitale del Bangladesh, ad opera di miliziani dello Stato Islamico, mi pare confermino una preoccupante autocensura occidentale. Quale? Quella che rende particolarmente difficili, pure davanti a fatti della massima evidenza (gli jihadisti uccidevano chi non recitava il Corano), chiamare le cose con il loro nome: terrorismo islamista; al massimo cioè si ammette che si tratta di terrorismo, ma si fatica enormemente ad ammettere che la pianta del terrore è germogliata – non casualmente – entro un preciso perimetro confessionale.

A distanza di ormai quindici anni dall’11 settembre 2001, converrete, è un particolare abbastanza scandaloso. Ma che importanza hanno le parole – mi si obbietterà – le vittime sono vittime, e non può che esserci follia dietro a simili orrori: falso. La follia, infatti, è prevalentemente un fattore individuale, quando invece è collante, progetto e infine detonatore di stragi che si consumano in palese – per quanto distorta e mistificata – salsa maomettana, è insostenibile qualsivoglia spiegazione che anteponga la psichiatria alla teologia. In questo Dacca non è che l’ultima conferma di quanto il politicamente corretto troneggi sulle coscienze di tutti noi.

E, ripeto, il guaio è grosso non solo per clamorosa disonestà nei confronti del reale, ma perché evitando di parlare di terrorismo islamista da un lato si voltano vigliaccamente le spalle alle correnti riformatrici dell’Islam – che non hanno, almeno loro, particolari difficoltà a dire le cose come stanno – e, dall’altro, si seguita in modo del tutto irresponsabile a nascondere un problema che non è chiaramente solo musulmano essendo anche, se non soprattutto, dell’Occidente che, a quanto pare, proprio non ne vuole sapere di abbassare le frequenze di Radio Multiculti per iniziare a ragionare. Peccato, perché tra Parigi, Dacca e il prossimo, Dio non voglia, la strada rischia di essere breve.