Brexit, il problema sono certi “europeisti”

A chi pensava che la Brexit avrebbe provocato uno shock positivo nel dibattito sull’integrazione europea, queste settimane stanno lasciando l’amaro in bocca. A parte i pruriti antidemocratici degli amici liberali, la risposta dei “federalisti” si è limitata a proposte di nuove politiche (maggiore impegno sui diritti sociali, investimenti pubblici, etc.), che hanno tenuto ben a distanza il nocciolo vero del voto inglese. Il come e il perché, cioè, si sta facendo l’unità europea. E il perché, sostanzialmente, questa unità europea sta fallendo. Un comportamento speculare a quello delle élite liberali europee, che stanno premendo su un atteggiamento di “lacrime e sangue” contro il Regno Unito per evitare che si mettano in discussione i fondamentali dell’integrazione.

Eppure questo voto ha dimostrato molto chiaramente che la narrativa dell’Unione Europea come strumento di pace (che poi prendendo ad esempio l’Ucraina non è che sia andata benissimo) non sia più sufficiente ad assicurargli il consenso dei popoli europei. Tanto meno la barzelletta cosmopolita della generazione Erasmus, gioia dell’Europa per i miliardi di tasse dei lavoratori spesi per mantenere studenti fuori corso a bere e drogarsi (chi scrive c’è stato in Erasmus: non è sicuramente solo così, però ‘sta cosa che gli Erasmus siano in sol dell’Avvenire è lontana anni luce dalla realtà), riesce ad attecchire al di fuori di quei sempre più ristretti ceti medi che stanno effettivamente riuscendo a sopravvivere alla globalizzazione: non una gran base sociale, alla prova dei fatti.

I “federalisti” hanno così evitato di parlare della cosa più importante: come convincere i popoli che il progetto europeo sia una cosa utile a loro e non solo ai burocrati e alla finanza. Perché non è il “crescente nazionalismo” il problema: il problema è com’è stata fatta questa Unione Europea. Senza uno straccio di coinvolgimento popolare, calandola dall’alto, pensando che la sua utilità si autodimostrasse. Una sovrastruttura in cui il potere è in mano ad un ambiguo miscuglio di tecnocrati e politici in prepensionamento, mentre il Parlamento eletto conta poco o niente ed enormi trattati commerciali vengono discussi nel più ristretto segreto. Un’Unione Europea basata su un’utopia che solo un gruppo politico autoreferenziale come pochi avrebbe potuto elaborare: quella di poter costruire un’identità europea in competizione con quelle nazionali. E così oggi, dopo centinaia di miliardi spesi per costruire un’identità nazionale fra gente che parla 35 lingue diverse, ci troviamo con Marine Le Pen alle soglie dell’Eliseo. Insomma: non un gran successo, quest’Unione Europea delle élite illuminate che hanno creduto di poter fare a meno dei popoli.