Il «margine»: il carcere femminile visto da dentro

Il racconto di Gabriella Lattuca, medico di base delle strutture carcerarie di Venezia

«Il carcere è un luogo di margine. E, dopo la mia esperienza nel centro di accoglienza a Lampedusa e altre coincidenze della vita, credo di aver capito che questo tipo di luoghi sono il mio posto». Gabriella Lattuca è un giovane medico, futura psicoterapeuta transculturale. Lavora nella Casa di reclusione femminile di Venezia, nell’isola della Giudecca, dove opera come medico di guardia.

«Ad oggi, non esiste un requisito specifico per poter prestare servizio in carcere. E’ sufficiente l’abilitazione alla professione e, quindi, l’iscrizione all’Albo», spiega la dott.ssa Lattuca. Pare, comunque, che l’Ordine dei Medici (FNOMCeO) si stia adoperando, in collaborazione con le altre associazioni di categoria, per incrementare le competenze dei medici che si apprestano alla professione nei luoghi in oggetto. Per altro, la figura del medico è stata per molto tempo subordinata al direttore amministrativo del carcere e poteva estrinsecarsi solo in forma di consulto, nonostante la legge 230 del 1999 avesse decretato il passaggio dell’assistenza sanitaria dalla pertinenza del Ministero della Giustizia a quello della Salute. Un lento passaggio che, burocraticamente, si è attuato con l’applicazione del D.p.c.m 1 aprile 2008.

«Ho lavorato anche nella casa circondariale maschile a Santa Maria Maggiore», aggiunge Lattuca, «ma sono stata trasferita dove sono ora a causa di un po’ di cioccolata». Sorriso a mezza bocca e una risata che sembra parlare da sola. Nel mese di ottobre 2015 la dottoressa stava controllando la terapia di un paziente psichiatrico che aveva all’attivo un considerevole numero di farmaci. Invece che aggiungerne alla lista, e vista l’agitazione del paziente, ha preferito offrirgli della cioccolata. Una doppia mossa vincente. Da una parte le proprietà del cacao, dall’altra un modo per spezzare la tensione del momento. Anche questa è cura. Come riporta La Nuova Venezia, in un articolo del 7 novembre 2015, alla direttrice della struttura carceraria, Immacolata Mannarella, il comportamento della Lattuca è sembrato infrangere la buona norma. «Ha trattato il detenuto con troppa familiarità», si legge nel rapporto. Trasferimento, la parola d’ordine.

Confrontiamo i due luoghi. «Qui al femminile, rispetto alla casa circondariale, la situazione è psicologicamente più facile da gestire, le detenute sanno quanto devono scontare. Il maschile di Santa Maria Maggiore, invece, ospita persone in attesa di giudizio. Naturalmente, la tensione è differente», mi spiega. Se poi si aggiunge che, nonostante la capienza della struttura maschile sia di 200 persone, i detenuti effettivi eccedono la capienza (con picchi anche di 350 persone), non riesce difficile immaginare l’umore che trasuda dai muri della casa. «Alcune stanze sono grandi come sgabuzzini e accolgono 6 persone circa, altre sono fortunatamente più grandi. La difficoltà sta anche nel mettere insieme persone con così diverse culture in uno spazio molto ristretto. E’ una convivenza forzata, difficile, in cui anche la mediazione linguistica spesso è una sfida».

La curiosità spinge la conoscenza. Chiedo di come i detenuti si relazionino con la figura del medico. C’è chi ne approfitta, come in tutte le cose della vita. Chi invece evita il contatto, rifiuta l’assistenza. «Dipende da caso a caso, loro sanno che ci siamo”, riporta la dott.ssa Lattuca «ma credo che la cosa più importante per noi è stare attenti a chi non si lamenta. Il malessere all’interno del carcere può essere visto – se si vuole vedere – attraverso tanti e diversi occhi. Ognuno degli operatori può vederne una sfaccettatura diversa”. Il carcere richiede attenzione. «Sei solo tu e l’altro. La relazione dovrebbe essere facilitata in un contesto come questo, invece non sempre lo è e spesso la comunicazione migliore è quella che avviene senza parole».

Poi, la condizione della donna. Della madre. «Su un totale di 67 donne, 3 sono in gravidanza e altre 3 sono madri», prosegue la dottoressa. Funziona così: i bambini di età inferiore ai sei anni sono obbligati, qualora la madre ne faccia richiesta, a vivere all’interno della struttura carceraria anche nel caso in cui esista un padre all’esterno delle mura di reclusione. Un paradosso, per i bambini. Un’opportunità, per le madri. Afferma poi, «La verità è che, spesso, si rischia di strumentalizzare il proprio figlio perché la condizione della donna madre è protetta di default all’interno del carcere. Si vive in una sezione diversa rispetto alle altre detenute, dove non ci sono cancelli, ma porte, dove le celle sono singole e c’è la tv. E’ facile cadere in questa rete». E’ difficile, allo stesso tempo, immaginare un’alternativa che funzioni.

«Se lo vedi da fuori, non sembra nemmeno un carcere», chiude la dottoressa. In un tempo in cui si parla della vendita di una dozzina di strutture su progetto del Ministro Andrea Orlando – tra cui Poggio Reale, San Vittore e Regina Coeli – alcune delle quali si vocifera possano essere riconvertite in hotel, tornano in mente le parole di Mauro Palma, fondatore della nota Associazione Antigone e Garante nazionale dei diritti dei detenuti: «i muri hanno un’anima, una memoria. E, la memoria, lì dentro, te la senti addosso».