Mion in BpVi: se il buongiorno si vede dal mattino…

Non é partito bene: dà la colpa della crisi alla manica larga (?) nel concedere i fidi e usa un tono troppo basso sull’azione di responsabilità

Molti, nel passato della Banca Popolare di Vicenza, erano persone di rappresentanza, tranne Ugo Azzalin che era pure un tecnico. Ci fu poi Nardini, persona garbata, che avrebbe dovuto tenere la posizione finché Carlo Pavesi non fosse andato in pensione. La presidenza sarebbe poi dovuta andare a quest’ultimo, che con la sua direzione generale aveva portato la Popolare ad un buon sviluppo e ad una apertura alla modernizzazione dell’istituto. Questo passaggio non vi fu.

Venne poi Zonin, che ebbe la prima poltrona con una manovra di penetrazione e accerchiamento dei consiglieri che non è esagerato definire un blitz vero e proprio. Sui suoi vent’anni di occupazione manu militari della banca diranno, lo spero vivamente, le sentenze dei giudici. Arrivò, infine, l’ineffabile Dolcetta, le cui competenze bancarie erano a zero e che – come gli scappò malauguratamente – per quell’ufficio era stato interpellato da Zonin stesso. Alcuni suoi interventi furono, senza dubbio, dettati dal peccato originale della sua scelta. Ora ha lasciato con l’affermazione che «la banca è ancora in piedi». Lui, con questa situazione, ovviamente non c’entra nulla.

L’ultimo, chiamato dal fondo Atlante, è Gianni Mion, già Marzotto e Benetton. Come si porrà questo manager che si professa digiuno nel settore bancario, nei riguardi del cda che annovera fior di tecnici e competenze non da poco. Si accontenterà di presiedere ed essere la risultante delle varie idee dei consiglieri, oppure si limiterà ad informare il Consiglio su quanto avrà già deciso? Difficile crederlo, vista la levatura dei suoi colleghi.

Poi c’è il problema remunerazione, sulla cui lieve entità il neo-presidente ha ironizzato. Beh, per uno che di banche ne sa poco e che dovrà governare un Consiglio piuttosto attrezzato, 400 mila euro lordi l’anno non sono proprio da sottovalutare. Ci sono, infine, le due dichiarazioni più stridenti. Secondo Mion la crisi della Popolare è dovuta alla larghezza di manica nel concedere fidi, all’imprenditoria vicentina e non, nel periodo della crisi. Caro Presidente, questo è uno scivolone. Se lei avesse letto le carte della banca saprebbe che solo in minima parte le sofferenze sono dovute alla larghezza nella concessione dei fidi, e che la crisi gravissima è da ascriversi ad una dissennata gestione dell’istituto che parte da lontano. Tanto per non essere reticenti, da quando prese le redini Zonin. Se, invece, le carte non le avesse lette, sarebbe stata buona cosa astenersi da giudizi.

Anche la considerazione che Zonin è stato eletto sette volte e che quindi vi doveva essere un consenso importante e nessun abuso, depone su una scarsissima conoscenza dei fatti. Non meno singolare la richiesta ai media di collaborare: «con uno scandalo al giorno è un po’ difficile pensare di ristabilire un clima sereno». Dott. Mion, c’è a mio avviso un errore di prospettiva: se i media avessero raccontato sempre tutto quello che succedeva in Popolare negli ultimi decenni, è sicuro che tanta gente non si sarebbe fatta irretire con aumenti di capitale e acquisto di azioni del tutto incongrui.

L’ultima chicca riguarda l’azione di responsabilità verso il vecchio cda. Lei dice, Presidente, che la cosa è delicata, che va approfondita per non aver sorprese. Nel caso le fosse sfuggito, le rammento che la decisione della penultima assemblea di non procedere su tale azione di responsabilità fu unanimemente criticata da tutti i media del Paese, compresi quelli specialistici, che invece la condideravano come cosa assolutamente prioritaria e opportuna. A volte, il tempo , nel corso della giornata, può cambiare, ma se si dovesse applicare il vecchio detto che il buon giorno si vede dal mattino…