«Banche, mettiamo limite di 5 anni ai presidenti»

Il professore ed esperto finanziario Carluccio: «Atlante buona soluzione: dovrà tagliare. Il “patto marciano”? Ragionevole»

Emanuele Carluccio é professore ordinario di economia degli intermediari finanziari all’università di Verona, nonché presente in varie società di consulenza e servizi finanziari (Benchmark and Style, Independent Capital Advisors, Eurizon Capital SGR). In questa intervista, dà una serie di punti di vista che si discostano dalle letture più condivise (anche da questo giornale online) sul caso delle popolari venete.

Entrambe le popolari collassate per lo scoppio della loro “bolla azionaria”, con i noti strascichi giudiziari, sono ora in mano al fondo Atlante. Come giudica lo scenario di cui si parla per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ovvero la vendita a fondi Usa (e cinesi)? Un esito obbligato, ormai?
Non penso debba essere un esito scontato. Se il fondo Atlante desidera, come credo, dare una risposta di sistema e, allo stesso tempo, produrre un ritorno adeguato per i propri sottoscrittori, sceglierà la strada di una ristrutturazione prima di rivendere le banche “salvate”. Penso che ci siano ampi spazi per un’azione decisa di taglio dei costi e revisione dei processi commerciali per avvicinarsi alle best practices europee. Nel frattempo, se l’economia italiana andasse verso l’auspicata ripresa, il beneficio in termini di prezzo per Atlante sarebbe duplice: da un lato, il lavoro interno sull’efficienza e la governance e, dall’altro, il contesto macroeconomico che migliorerebbe la qualità degli attivi riducendo le perdite su crediti concessi a famiglie e imprese.

Nella conversione definitiva del decreto sulle banche la maggioranza di centrosinistra di Renzi ha approvato un ordine del giorno che invita al ristoro degli azionisti “azzerati”. E’ un auspicio concretizzabile? E se sì, in che modo secondo lei? C’entra il problema del divieto europeo di “aiuti di Stato”?
Penso che l’auspicio sia legato alla particolarissima situazione in cui si sono venuti a trovare gli azionisti delle banche popolari non quotate. Penso che non ci siano dubbi sul fatto che detenere azioni sia considerato un investimento rischioso anche dai risparmiatori non particolarmente esperti. Sarebbe quindi legittimo chiedersi per quale ragione si debba correre in soccorso a chi ha scelto un investimento potenzialmente molto redditizio ma anche molto rischioso. Ma, come dicevo, il caso delle popolari non quotate è un caso particolare nel quale è legittimo pensare che l’azione di “vendita” di proprie azioni da parte dei funzionari delle banche in questione sia avvenuta sottacendo i rischi ai propri clienti. Questa pratica era oggettivamente facilitata dal fatto che il prezzo delle azioni fosse determinato non dalla Borsa ma dal cda della banca stessa in un clamoroso conflitto di interessi. Con questo non voglio dire che ci fosse necessariamente malafede. Anzi ritengo che molti di quei funzionari che “vendevano” le azioni ai propri clienti, le compravano anche per sè credendo nel proprio istituto. È fin troppo facile riconoscere che le autorità hanno sbagliato a non intervenire prima obbligando la quotazione in Borsa di quegli istituti che, per dimensione e diffusione delle proprie azioni, avrebbero avuto bisogno di un meccanismo trasparente di determinazione dei prezzi. Quindi una sorta di senso di colpa delle istituzioni che in qualche modo vorrebbero porre parziale rimedio anche ai propri errori.

La BpVi ha respinto, grazie ad una massiccia astensione dei soci, l’azione di responsabilità verso gli ex vertici. Veneto Banca deciderà a breve. A questo punto, al di là del valore etico ed eventualmente giudiziario, é un nodo realmente utile per rilanciare economicamente le due banche?
Se ci sono stati comportamenti impropri da parte dei cda o dei manager è bene che vengano accertati sia in sede civile, sia in sede penale. Fatta questa doverosa premessa, non credo che la vera ragione dei problemi che ci troviamo di fronte siano legati a comportamenti fraudolenti del management come fu, per fare un esempio, il caso della Popolare di Lodi di Fiorani. Basta elencare il numero e il nome delle banche in crisi per comprendere che ci troviamo di fronte ad un problema sistemico: MPS, Veneto Banca, Pop Vicenza, Carige, Banca Etruria, Banca Marche Cari Chieti, Carife, e si potrebbe continuare.

Nella legge sulle banche è stato approvato il cosiddetto “patto marciano”, per cui le imprese finanziate dalla banche potranno (dovranno?) concordare la cessione di beni immobili a garanzia in caso di inadempienza. I critici lo bollano come un saccheggio a favore delle banche. E’ così?
Penso che sia un tentativo del legislatore di bilanciare gli interessi delle banche e quelli dei clienti. È evidente che se le banche non riescono ad escutere agevolmente le garanzie offerte dai propri clienti saranno portate, da un lato, ad erogare meno credito e, dall’altro, a farlo a tassi superiori. Non dobbiamo dimenticarci che le banche sono delle imprese e devono porre in essere operazioni redditizie non solo per non mettere a rischio i depositi ma anche per remunerare i propri azionisti che, molto spesso, sono semplici risparmiatori proprio come nel caso della Vicenza o della Veneto. Nessuno si sognerebbe di chiedere alle aziende farmaceutiche di regalare i farmaci solo perché sono utili o indispensabili; il costo del farmaco fornito al malato è giustamente a carico della collettività. Allo stesso modo ove si ritenesse necessario proteggere alcune categorie deboli in una fase delicata dell’economia, dovrebbe essere il governo ad individuare i meccanismi di sostegno e non esercitare pressioni sulle banche a tenere comportamenti non coerenti con la propria missione di impresa. Altrimenti non avrebbe senso poi lamentarsi che le banche devono essere salvate con i soldi pubblici perché hanno erogato crediti che non riescono a recuperare.

Il problema di fondo dell’intero sistema bancario italiano (e non solo) è rappresentato dai crediti Npl, le “sofferenze”. In proporzione, chi sta messo peggio in Veneto é il veronese Banco Popolare. La responsabilità va addossata ai vincoli della Bce? E soprattutto: la prospettata soluzione di un Atlante 2 che ripulisce le banche da questa zavorra, é realistica?
Il problema di fondo del sistema bancario italiano lo ha sintetizzato molto efficacemente il governatore Visco pochi giorni fa all’assemblea dell’Abi: la prolungata crisi economica dopo il fallimento di Lehman ha portato alla perdita di 10 punti di Pil. Il sistema bancario che finanzia famiglie ed imprese ne ha risentito inevitabilmente: il peso delle sofferenze è oggi pari a 140 miliardi e sarebbe stato solo di 50 miliardi se non ci fosse stata la recessione. Questo è il motivo per il quale avrebbe ben senso fare un’operazione come quella realizzata negli Usa con il Tarp. In parole semplici il governo americano, all’apice della crisi, ha consentito alle banche di vendere, a prezzi ragionevoli, ad un fondo creato con i soldi statali i crediti e gli attivi che altrimenti avrebbero affossato i bilanci delle banche. Questo ha consentito alla banche di riprendersi velocemente e di tornare ad erogare credito. Lo Stato, dal canto suo, ha potuto gestire e vendere senza affanno quello che ha comprato dalle banche e alla fine ci ha guadagnato. Quindi il tanto citato tax payer che l’Europa vorrebbe difendere con il bail in senza riuscirci, in America è stato efficacemte difeso con una gestione intelligente del Tarp. Si può dire che gli americani hanno preso due piccioni con una fava, cioè hanno salvato velocemente le banche con soldi pubblici e hanno ottenuto un rendimento positivo su quei soldi pubblici. In Europa ci rifiutiamo di prendere atto che il bail in, in presenza di crisi sistemiche, ottiene l’effetto opposto rispetto a quello che si prefigge. Mi spiego: se ci si trova di fronte ad una banca mal gestita che va in default è ragionevole applicare il bail in perché stimola gli investitori ad essere attenti a scegliere le banche ben gestite. Ma se ci si trova di fronte ad una crisi sistemica, il bail in altro non fa che creare panico aggravando la crisi. Fra il 2007 e il 2012 le banche italiane hanno perso fra il 70% (Intesa e UBI) e il 90% (MPS, Banco popolare e Unicredit); questo dimostra che non era una questione di essere investitori accorti … tutto il sistema era ed è in crisi. Che senso ha affrontare un problema chiaramente sistemico con una norma che è stata pensata per i singoli casi di crisi specifica? Concludendo: ben venga Atlante che è una versione molto leggera del Tarp. Meglio sarebbe per tutti, compresi i tax payer, seguire l’esempio americano e fare un Tarp corposo a livello europeo.

I banchieri in questo periodo sono attaccati perché ritenuti responsabili di perdite socialmente dolorosissime nel portafogli dei risparmiatori. Con una battuta le chiedo: esistono “banchieri perbene”?
Come ho detto prima, se ci sono stati casi di comportamenti non corretti vanno giustamente perseguiti penalmente e civilmente. Se pensiamo sia utile, rinnoviamo l’intero sistema mettendo un limite temporale di 5 o 6 anni di permanenza ai vertici di una banca. Tuttavia questa semplificazione che vuole attribuire la crisi ai comportamenti avidi dei banchieri ci sta portando fuori strada nella comprensione dell’origine vera dei problemi e quindi nella corretta individuazione delle soluzioni. Non dobbiamo dimenticarci che abbiamo avuto un lunghissimo periodo (che va dagli anni 30 del secolo scorso fino al 2007) in cui non si sono registrate crisi bancarie sistemiche. Vogliamo credere che i banchieri di allora non fossero avidi e che vi sia stata una mutazione genetica negli ultimi anni? Temo che la spiegazione sia più complessa e vada ricercata nel cambiamento delle regole di governo del sistema finanziario introdotte all’epoca del presidente Clinton. In sintesi si è voluto cambiare il sistema per renderlo più agile e meno rigido, con la conseguenza iniziale di una forte espansione del credito che ha creato una bolla poi scoppiata nel 2007. Da allora molte regole sono state cambiate ma evidentemente non tutte nella giusta direzione. Forse anche chi “predispone” le regole dovrebbe avere l’umiltà di prendere atto dei propri errori, e non fare come i medici di un tempo che di fronte al malato che non reagiva al salasso prescrivevano altri salassi. Finché il paziente non moriva.

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