RIP, “Marta da legare”

Quanta ipocrisia sui giornali per la morte della Marzotto più famosa sui rotocalchi. Che va ricordata per quel che é stata

Marta Vacondio, detta Marta Marzotto, forse meritava un ricordo migliore di quello che le è stato “cucito” addosso nei molti articoli di questi giorni. Articoli di costume, molti ipocriti.

Non sono un appassionato del gossip. E dei Marzotto mi sono sempre occupato solo dal punto di vista imprenditoriale. Dal consacrarsi dell’azienda valdagnese come principale gruppo laniero italiano ed europeo nel periodo tra le due guerre, merito di Gaetano Marzotto Jr (1894-1972), alla drammatica crisi del 1967-69, dal suo risanamento e dalla sua rivitalizzazione come player mondiale del tessile e del fashion, alla rapace destrutturazione compiuta dagli epigoni di una dinastia bicentenaria per monetizzare (con incorporata mega-evasione fiscale) il successo costruito con lucida determinazione dall’ultimo dei figli del patriarca Gaetano, il Cav. del Lav. Pietro Marzotto, uomo poco propenso alla mondanità e infastidito persino da quel titolo di conte amato invece dal resto della pletorica famiglia. A un giornalista che gli chiedeva il perché di quel suo vezzo, una volta egli rispose che la Costituzione repubblicana non riconosceva i titoli nobiliari, e che egli rispettava la Costituzione. Chapeau!

Marta Vacondio, detta Marta Marzotto, amava invece quel titolo. Ma amava ancor più quel cognome. E a chi si stupiva che continuasse a usarlo, nonostante il divorzio dal marito Umberto, rispondeva con ironia che se all’ex ciò procurava fastidio, che lo cambiasse lui, il cognome. Del resto, se non ricordo male, la legittimità del suo uso le derivava da una sentenza del Tribunale Civile che riconosceva in “Marta Marzotto” il brand di quella attività di stilista che aveva intrapreso nella persistenza giuridica del matrimonio.

Ma per Marta, di cui si celebrano oggi i funerali milanesi, quel cognome era più di un marchio. Era il legame che la univa al suocero Gaetano: che – da uomo di mondo – l’aveva educata a stare in società, ritrovando nella diseredata di Mortara quella stessa “voglia” di affermazione personale (e quella vitalità) che lo aveva portato – lui, imprenditore di quarta generazione, e ricchissimo – a dover lottare (vincendola!) contro l’emarginazione cui l’establishment finanziario, di cui il padre era parte importante, lo aveva negli anni Venti costretto.

Ecco, avrei preferito che il ricordo di Marta partisse da lì, da quel debito di riconoscenza che lei ha sempre nutrito (e rivendicato) per il grande laniere, piuttosto che da improbabili riferimenti al suo essere stata, tra altre cose, una protagonista del mondo culturale italiano. Come se aver amato Guttuso, aver ispirato molti dei suoi quadri, aver frequentato Moravia (peraltro Premio Marzotto 1954 per la Letteratura), aver ricevuto nel suo salotto romano – oltre a politici di fama, Andreotti in primis, e la fauna dei loro molteplici questuanti – anche non pochi uomini di cultura, le attribuisse significati altri.

No, la “Marta da legare” era una protagonista disinibita del suo tempo, e pur munifica nei suoi aiuti (ad esempio nel restauro della Madonna del Libro di Botticelli, conservato al Poldi Pezzoli di Milano), non voleva essere altro che se stessa. Eccessiva, sì, ma – sempre, e solo – se stessa. Ricordiamola così: non dimenticando, peraltro, che – oltre ad essere stata l’icona di un’epoca che transitò in pochi decenni dalle ristrettezze agli eccessi – assolse di fatto anche all’involontario ruolo di testimonial del brand della famiglia in cui era entrata. Che il vecchio Gaetano avrebbe apprezzato, perdonandole qualche esibizionismo di troppo.
Con laica pietas: che tu possa riposare in pace, Marta.