Le domande che avrei voluto fare alla Boschi

Tappa a Vicenza della ministro per parlare della riforma costituzionale. Che é da bocciare. Per questi motivi

L’altra sera sono andato a sentire il ministro Maria Elena Boschi alla festa del Partito Democratico di Vicenza. Volevo capire meglio la riforma costituzionale per la quale si andrà a votare nel prossimo autunno. Convinto di essere in un luogo “democratico” mi aspettavo, dopo la lezioncina della ministra/maestra,  una serie di domande dal pubblico, un contraddittorio. Invece, con mia grande sorpresa, alla fine del discorsetto  si sono chiusi i lavori in fretta e furia, grazie ad uno scatto felino (quasi incespicando) del deputato Crimì che ha preso il microfono, ringraziato tutti e chiuso la serata. Mi sembrava di essere ad uno dei tanti incontri che si vedevano in Forza Italia o in Lega, durante la Seconda Repubblica. Tutti ad applaudire, nessun dissenziente, con tanto di codazzo di persone ad accompagnare la ministra nel suo uscire dai Giardini Salvi. Nulla di nuovo sotto il sole: il Potere non ama il confronto, lo aborrisce. Tanto nella seconda repubblica che in quella di oggi. Il ministro Boschi, dicono gli organizzatori, ha dato precise disposizioni in materia: non rilascia interviste ai media e non accetta domande dal pubblico. Alla faccia dell’essere Democratico! Malgrado questo, sforzandomi di dare la buona fede alla Ministra/Maestra, ho preso appunti per verificare quanto affermato dalla stessa. Ho trovato una serie di slogan regalati come perle. Eccone alcuni:  “La riforma non è la migliore possibile ma è sempre un passo in avanti perché rende il sistema più semplice, più efficiente e più stabile”, “La Costituzione riformata consentirà di fare altre riforme, perché da gli strumenti necessari per poter agire e prendere decisioni, con un iter legislativo più rapido”, “per poter portare avanti le riforme strutturali abbiamo bisogno di governi che rimangano in carica 5 anni” con tanto di finale (ce ne fosse bisogno): “Cambiare il Paese o lasciarlo così com’è: questa è la scelta che dobbiamo fare al referendum”.

In tutto questo “sloganismo” non una parola sui dubbi che persistono nella testa di tante persone e che sono stati manifestati in più occasioni da diversi esponenti della politica, della giurisprudenza, della cultura. Mi permetto di elencarne alcuni,  non senza ricordare in premessa Thomas Jefferson (principale autore della Dichiarazione d’Indipendenza degli USA) “il governo libero è fondato sulla diffidenza non sulla fiducia, ed è la prima, non la seconda, a prescrivere costituzioni limitate al fine di limitare quelli cui affidiamo il potere”.

1. A chi rispondono i nuovi senatori eletti dai consigli regionali (Art.57 riformato) e non dal popolo al quale appartiene la sovranità (Art.1 Costituzione)? Pur non essendo eletti dai cittadini partecipano alla revisione della Costituzione (Art.70 riformato).

2. La Riforma non semplifica il sistema perché prevede almeno otto meccanismi diversi di approvazione delle leggi che moltiplica i tempi di approvazione. (Art.70 riformato).

3. La Riforma non abolisce il Senato, ma lo mantiene con competenze proprie (Art.55 riformato). Evita, in alcune materie, il doppio voto, sul presupposto che in Italia sarebbe difficile fare leggi. Ora, per chi abbia un minimo di esperienza legislativa, questo presupposto è falso: l’Italia è affetta da un eccesso di legislazione, con la conseguente incertezza del diritto.

4. la Riforma modifica i quorum costituzionali per l’elezione degli organi di garanzia, dalla Presidenza della Repubblica ai membri della Corte costituzionale, abbassandoli. Ora, nulla esclude che un unico partito possa avere, tra premio di maggioranza e maggioranze dei membri del Senato, i voti necessari per poter procedere autonomamente alla elezione di questi organi costituzionali. Demolendo di fatto la Costituzione vigente che prevede  pesi e contrappesi al potere.

5. La Riforma prevede che “I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari.  Il regolamento della Camera dei Deputati disciplina lo statuto delle opposizioni” (Art.64 riformato). Ebbene, stante l’attuale legge elettorale che attribuisce al partito che ottiene il maggior numero di voti la maggioranza assoluta alla Camera, si avrà il paradosso per cui i diritti delle minoranze saranno stabiliti dal partito di maggioranza!

6. La Riforma prevede tempi certi (stringenti, pochi giorni) per l’approvazione delle leggi emanate dalla Camera. Già è difficile per un Senatore a tempo pieno riuscire in pochi giorni a studiare, capire, farsi una propria opinione di una legge, figuriamoci per un Senatore part-time che contemporaneamente deve fare il Sindaco della propria città o il Consigliere regionale. Quale livello di preparazione possiamo aspettarci? Non sempre la tanto decantata velocità (fretta) è buona consigliera…

7. I referendum potranno essere richiesti non più da 50.000 firmatari ma da 500.000 (10 volte tanto). Questo per “aiutare” la partecipazione popolare.

8. Le Regioni vengono depotenziate, facendo ritornare molte funzioni legislative allo stato. Nel nome del decentramento.

Molte altre sono le perplessità contenute nella Riforma, ma al momento mi limito a queste con una considerazione finale. E’ concepibile che una così vasta riforma (oltre 42 articoli) che cambia funditus l’impianto costituzionale sia votata di stretta misura dalla sola maggioranza (peraltro posticcia), di un parlamento dichiarato illegittimo, quando la Costituzione del 1948 fu votata dal 90% dei deputati all’Assemblea Costituente che rappresentava proporzionalmente gli italiani? Se vincerà il No, non sarebbe il caso di pensare a far eleggere un’Assemblea Costituente? (Almeno possiamo votare…).
Augh!