Viva le lobby dell’energia (e io pago…)

Ecco i bei risultati di un’Italia governata da chi si fa governare dai grandi interessi

La struttura lobbistica che sta liquidando la quinta economia mondiale manifesta le sue esiziali azioni in quasi tutti gli ambiti di questo nostro disgraziato Paese: dalla lobby delle grandi opere pubbliche spartite tra concessionari autostradali ab aeternum a quello dei consorzi dell’alta velocità, dagli intermediari finanziari che tra il 2008 e il 2015 hanno incassato interessi sul debito pubblico per 599 miliardi di euro alle lobby del gas e della energia elettrica.

Della liberalizzazione del mercato elettrico in programma da gennaio prossimo, fino ad oggi se ne sono accorti in pochi, considerato che gli utenti del mercato libero hanno già pagato una bolletta più salata. Vogliamo parlare della pericolosissima (e censurata) questione dello smantellamento delle centrali nucleari non operative da 30 anni e della gestione delle relative scorie, o delle tariffe agevolate alle Ferrovie dello Stato, al Vaticano, a San Marino, o del bonus ai grandi consumatori per finire con gli sconti a chi, fra questi ultimi, si impegna ad accettare l’assurda della “interruzione” di energia elettrica in un Paese che ha il doppio della potenza che gli serve? Dal prossimo gennaio finirà il cosiddetto “servizio di maggior tutela” nell’energia elettrica scelto da 20 milioni di famiglie e 4 milioni di partite Iva, che da nove anni lo hanno preferito alle offerte libere (ma in genere più onerose del 15-20 per cento). Fra i consumatori della maggior tutela, tre su quattro hanno firmato un contratto con Enel, che con il ddl concorrenza potrà aumentare la bolletta associando al servizio di base inutili servizi aggiuntivi. Rischi o meglio certezze di pagare maggiori oneri per foraggiare apparati burocratici a bassa produttività.

Esemplare la poco nota vicenda della Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) di proprietà del Ministero della Economia. La società gestisce lo smantellamento delle vecchie centrali nucleari (decommissioning) e le scorie radioattive prodotte durante il loro funzionamento. Il costo di quest’operazione è pagato – da anni! – in bolletta elettrica attraverso due componenti denominate “A 2” e “MCT”. Da due anni il ministero competente sulla questione, il Mise gestito da uomini di Confindustria (ieri Guidi e oggi Calenda) non intervengono sulla gestione della Sogin, pur sollecitati dal luglio 2014 dalla commissione Industria del Senato. La riduzione di attività di decommissioning sul quadriennio 2014/2017 ammonta a ben 250 milioni di euro. Dodici senatori della Commissione Industria attendono ancora risposte dal Ministro dello Sviluppo su questo gravissimo problema. Questi ritardi determinano un inaccettabile aggravio della bolletta elettrica. Il valore delle attività di decommissioning sul quadriennio (2014/2017), infatti, è pari a circa 100 milioni di euro. Il ritardo potenziale quindi è di 14 mesi nel completamento del decommissioning degli otto siti. I costi di manutenzione e mantenimento in sicurezza dei siti ammontano a 70 milioni l’anno a cui si sommano i costi generali di struttura (45 milioni anno). Il ritardo di 14 mesi determina un costo aggiuntivo di circa 150 milioni che viene automaticamente scaricato sulla nostra bolletta. Un tale costo equivale al 10 per cento del risparmio dei costi energetici delle piccole e medie imprese che il governo ha promosso con il decreto Competitività per il 2015.

Su questo problema il “governo del fare” è completamente afono come altrettanto sulle facilitazioni alle lobby, ovviamente. Questa è l’Italia guidata da governi non espressi dai cittadini. I quali, come al solito, pagano.