Morti da terremoto: voi v’indignate, io m’incazzo

In scena il solito copione: indignazione generale, gara di solidarietà, buoni propositi. Ma fra pochi giorni, tutto come prima

Dice bene il geologo Mario Tozzi: con un terremoto di mangnitudo 6, in Paesi a rischio sismico permanente come il Giappone o la California non si sarebbe afflosciato un intero ospedale, com’è successo ad Amatrice. Ma l’Italia non è la California né tanto meno il Giappone. Non é un Paese serio. Perché non siamo un popolo serio.
Un popolo serio, dotato di una virtù che s’insegna – a parole – ai bambini, cioé la previdenza, anziché fare il gradasso con le opere faraoniche che piacciono tanto a Montezemolo e a certe imprese attaccate alla mammella di Stato, investirebbe nella prevenzione. Leggi: manutenzione antisismica degli edifici pubblici e privati. Le scosse sono un fenomeno ricorrente, nel Centro Italia.

Eppure i cantieri necessari, piccoli e diffusi, non ci sono: non fanno figo come i mega-progetti miliardari, tipo la Orte-Mestre (o qui in Veneto, il Mose). O, giusto per fare l’esempio di un’altra area pericolante, si sarebbero potuti usare i soldi spesi per il solo studio di fattibilità dell’immaginifico Ponte sullo Stretto, per mettere in sicurezza la zona dello Stretto, una delle più a rischio d’Italia. Invece si preferisce lavorare sul dopo, anziché sul prima. Lavorare per lucrare, s’intende. Anche perché é noto che gestire l’emergenza, che in genere in Italia ha tempi lunghissimi e genera follie come la “ricostruzione” a L’Aquila, fa fatturare molto più facilmente. Ecco perché, quella volta, quell’imprenditore se la rideva pensando ai dieci anni di lavoro garantiti dai cumuli di macerie… Sia chiaro: la colpa é del pubblico, che dovrebbe orientare il mercato nella riqualificazione e ristrutturazione qui sì, con giustificato interventismo, anziché buttare i soldi a destra e a manca non sbarazzandosi di ciò che é superfluo (non c’entra ma c’entra: perché dobbiamo avere una Tv di Stato con 3 dispendiosi canali, anziché uno solo? E perché Regioni Province e Comuni devono mantenere quella pletora di partecipazioni sull’intero scibile economico? E perché ben tre corpi di polizia? Eccetera eccetera eccetera).

Lasciate che i parenti e i concittadini dei morti, dei feriti e dei senzatetto piangano le loro giuste lacrime. Ma noi e voi, più che piangere e indignarci (“nessuno mente quanto colui che s’indigna”, Nietzsche) dovremmo incazzarci di brutto, con chi oggi gareggia in solidarietà e fino a ieri magnificava l’imprescindibile dovere di costruire le piramidi moderne. Mettiamola così: appena sentite il solito imbonitore di “grandi opere”, ricordategli le decine di abitanti crepati in provincia di Rieti. I morti in Umbria nel 1997. I bambini schiacciati in Molise nel 2002. I falcidiati a L’Aquila nel 2009. E gli sfollati, i danneggiati, i miracolati in Piemonte, in Sicilia, in Emilia-Romagna dal 2000 a oggi. Ricordare é il presupposto per essere previdenti. Ma tanto, fra qualche giorno, passata l’emozione, chi oggi piagne ricomincerà a fottere. E a fottersene.