La montagna di Fjällräven: vestirsi “climaticamente”

Materiale riciclato, assenza di sostanze pericolose e plauso di Greenpeace: la formula etica di un marchio svedese (incontrato a SoHo, NY)

In una passeggiata nel quartiere di SoHo, New York, i colori accesi di una vetrina sulla Greene St catturano i miei passi. Una buona musica in sottofondo distende i clienti che, con quella rilassatezza domenicale, si spostano tra i vari scaffali.
Fjällräven vende abbigliamento “outdoor”. Detto così, fa figo. La verità è che si tratta di un negozio di articoli pensati per la montagna e l’aria aperta. Tecnici, nello stile e nel materiale. Oggi come oggi, questa tipologia di vestiario è diventata una vera e propria moda. C’è chi persino sfreccia per le strade di Roma con gli scarponcini da montagna affermando che siano immensamente comodi – vero – oltre che eticamente prodotti in modo ineccepibile. Spesso, in bocca un “altro che la Nike”. Falso.

Un rapporto stilato da Greenpeace e pubblicato a gennaio 2016 titola “Tracce nascoste nell’outdoor”. Una questione ambientale che si intreccia con la salute. L’arcinota Ong, infatti, ha analizzato numerosi prodotti tra cui scarpe, sacchi a pelo e zaini prodotti da aziende come Jack Wolfskin, Salewa, Mammut o, ancora, The North Face e Patagonia evidenziando come contengano alte concentrazioni di PFC, poli- e perfluorati. Tra queste rientrano anche PFOS e PFOA, sostanze ormai ubiquitarie per quanto ampiamente diffuse nell’ambiente, e notoriamente responsabili di interferire con il sistema endocrino, causando danni per la salute dell’uomo.

E, mentre Greenpeace sottolinea come molti marchi continuino a usare sostanze tossiche per i loro prodotti outodoor, “nonostante si dichiarino a parole sostenibili e amanti della natura”, plaude ad altre aziende che, come la svedese Fjällräven, sono riuscite a eliminare completamente le sostanze pericolose all’interno dei prodotti. E, non solo.

Marco Matute è il proprietario di questo store di SoHo. «I nostri competitor ci continuano a dire che siamo dei pazzi, perché investiamo centiaia di migliaia di dollari l’anno per assicurarci che vi sia davvero sostenibilità nei nostri prodotti. Esiste un vero e proprio Chief Sustainable Officer, Aiko Boed, incaricato di verificare che tutta la produzione, dislocata in varie parti del mondo, sia effettivamente condotta secondo principi etici e sostenibili. Non è scontato», sottolinea. Cita anche la tassa sull’inquinamento aereo pagata per ogni spostamento aereo dei dipendenti.

Quando chiedo come sia possibile mantenere prezzi di acquisto accessibili con un costo di produzione implicitamente più alto rispetto ad altri marchi, Matute mi spiega che la politica dell’azienda è di «non comprare i materiali, ma di possederli». Questo minimizza i costi. «Ci è voluto del tempo, ovviamente». Continua, «Fjällräven nasce nel 1960 da un’idea di un ragazzino di 14 anni che si era stancato del fatto che il suo zaino continuasse a rompersi. La tecnologia dello zaino da montagna classico, quello lungo e stretto, con i rinforzi rigidi sul lato che appoggia la schiena, nasce proprio da qui. Ora alcuni zaini sono prodotti usando le bottiglie riciclate». Anche sul piano della tutela dei lavoratori quest’azienda pare abbia qualcosa da insegnare. Di questo e del logorante mercato della moda ne avevamo parlato anche qui. E se si citano i diritti, Marco Matute sferza un «non assumiamo le fabbriche, assumiamo le persone». Questo vuol dire contratti di lavoro ben controllati.

«Negli Stati Uniti, Fjällräven ancora non è conosciuta come in Europa», conclude Matute. «Solo il 20% dei nostri clienti è consapevole della ricchezza che questo marchio porta con sé in termini di sostenibilità e il successo di questi tempi è dovuto più che altro al fatto che siamo considerati alla moda. Questo, però, ci permette di sensibilizzare chi acquista i nostri prodotti. Se non agiamo ora per migliorare il nostro pianeta, in pochi anni il cambiamento climatico ci farà passare grossissimi guai». Mi racconta di come adesso l’azienda stia sviluppando diversi tipi di materiali, adattabili alle più estreme temperature e climi, come il G1000. «Pensa che con l’uragano Sandy abbiamo venduto tutto, non c’era quasi più nulla nemmeno nel magazzino».
Se da qualche parte ci sia un trucco, non lo so. Però, mi è venuta voglia di comprare uno zaino.