Caro mons. Cipolla, il cristianesimo primitivo é un mito

Il vescovo di Padova esorta alla purezza delle origini. Che non é mai esistita

Va meditata, e molto, la recente esortazione del vescovo di Padova, Claudio Cipolla, di «ripartire dal Vangelo e dall’idea di un Cristianesimo primitivo». Se non altro perché essa proviene dall’unico vescovo veneto, e quasi certamente italiano, ad essersi impegnato a rendere pubblico e trasparente il bilancio economico-finanziario della sua grande diocesi. Sembrerebbe questa una cosa secondaria e troppo “materiale” in confronto alle altezze teologiche e alla profondità bibliche cui giungono altri (non molti) suoi confratelli, ma è lui, mons. Cipolla, ad aver fatto una vera rivoluzione, una di quelle che danno frutto nel tempo, come ben sapeva il pio e santo abate Rosmini e come sanno i miei poveri cinque lettori.

Ma entriamo nel merito: che un cristiano debba ripartire ogni giorno dal Vangelo non dovrebbe richiedere alcuna vescovile esortazione, così come nessuno esorta a respirare ogni pochi secondi di ogni minuto. Ma mons. Cipolla accosta il Vangelo al Cristianesimo primitivo e sembra quasi identificarli. Sta in questo accostamento, mi sembra, l’intrigante novità dell’esortazione del presule padovano. Che poi proprio tanto nuova non è. Basti ricordare Erasmo da Rotterdam e tutte le varie forme di “riforma” più o meno protestanti di cinquecento anni fa, a partire da quella degli Anabattisti, i più coerenti indagatori e i più coraggiosi restauratori del Cristianesimo primitivo. Si potrebbero seguire lungo i secoli le varie modalità in cui si è manifestata questa spinta al “ritorno” alla incontaminata purezza della comunità cristiana primitiva. Mi sembra tuttavia più utile discutere due criticità che mi sembrano presenti nell’esortazione di mons. Cipolla.

La prima sta nel fatto che storicamente tale Cristianesimo primitivo non è mai esistito, né nei primi tre secoli (poi venne la tanto vituperata età costantiniana) né al tempo delle primissime comunità, viventi ancora gli apostoli. Da subito, infatti, si manifestarono divisioni, fughe in avanti (progressisti), resistenze ai cambiamenti (conservatori), protagonismi, fazioni, incomprensioni (ne sa qualcosa San Paolo, tenuto ai margini della primitiva comunità per molto tempo dopo la sua conversione), rotture, qualche apostolica piccola invidia come quella di S. Pietro che segnala ai propri fedeli la difficile, e pericolosa, ricchezza delle lettere di S. Paolo (2 Pt 3,15-17). A ben guardare il tanto mitizzato Cristianesimo primitivo non è altro, in piccolo, che la Chiesa attuale e quella di ogni secolo: santa e peccatrice, eroica e pusillanime, sublime e ignobile come lo sono tutti i suoi membri, nessuno escluso, come ama ricordare, giustamente, papa Francesco. Altrimenti perché il nome del suo fondatore sarebbe misericordia?

La seconda ragione necessita di una breve premessa: è metodologicamente sbagliato e sostanzialmente rischioso idealizzare, assolutizzare (fermare), proporre a modello perfetto (cioè insuperabile) un’epoca storica, presente o passata che sia. Questo vale in modo particolare per il Cristianesimo, una religione impastata di storia. Infatti il Dio cristiano (ed ebraico) è un Dio che si è rivelato e si rivela solo dentro la storia che è tale per la sua inarrestabile fluidità e per le sue ineliminabili contraddizioni. Ora, se è vero che il Cristianesimo altro non è che la storia della Salvezza e che il Salvatore non ha avuto paura delle sue contraddizioni ma, al contrario, vi si è incarnato fino a morirne, neppure i cristiani possono pretendere di vivere, o di tornare a vivere, in un’epoca “pura”, magari cancellando secoli ritenuti fangosi per tornare più in fretta a mitici e incontaminati “inizi”. Tuttavia se agli inizi vogliamo proprio tornare, allora si ritorni all’inizio vero, vale a dire al primo versetto di quel monumento di divina e demitizzante storicità che è la Bibbia: “In principio Dio creò…”. E si riparta, senza paura, da lì.