Grappa al serpente e socialismo rurale, il mio viaggio in Nord Corea

«Quindi, che impressione ha avuto del nostro paese?», mi chiede il compagno Li al termine del mio viaggio in Corea del Nord, mentre fumiamo assieme una sigaretta rollata di tabacco americano che gli avevo portato per l’occasione. «Molto positiva», gli rispondo con artificiosa esagerazione. In realtà sono tornato con più domande che risposte dopo otto giorni passati questo agosto nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, il nome ufficiale con cui i nordcoreani chiamano il loro Stato. Quando pensiamo alla Corea del Nord, noi occidentali generalmente immaginiamo un paese perennemente sul piede di guerra in mano ad un dittatore spietato e imprevedibile pronto a scatenare una guerra nucleare perché si è alzato con la luna storta. E’ difficile scrollarci di dosso questi pregiudizi contro 24 milioni di abitanti. L’unico modo per rendersi conto della realtà effettiva è quindi quella di vedere con i propri occhi e sentire anche la loro versione dei fatti.

Contrariamente a quanto si crede, entrare in Corea del Nord non è difficile. Basta trovare un’agenzia di viaggi che vende un tour di gruppo e il gioco è fatto. Le procedure del visto sono semplici e veloci e una volta giunti nella capitale Pyongyang si è letteralmente presi in consegna (verrebbe da dire in ostaggio) dalle guide di Stato locali assegnate ad ogni comitiva di stranieri, che sequestrano passaporti e biglietti aerei fino al ritorno in aeroporto. Da qui in poi non ci abbandoneranno un secondo, nemmeno per andare in bagno. Quello che segue sembra più un safari allucinatorio in un grande esperimento di ingegneria sociale che un comune viaggio. Il contatto con la gente è accuratamente centellinato dalle guide che si fanno in quattro per mostrare (a tappe forzate) quanto di meglio possa offrire il loro paese: si va dagli onnipresenti monumenti faraonici dedicati ai leader supremi Kim Il Sung e Kim Jong Il, alle strade metafisiche della capitale dominate da futuristici grattacieli, mosaici e poster di propaganda inneggianti al partito dei lavoratori, fino all’esercito per la difesa del socialismo e ai musei della guerra, alle cooperative agricole, alle scuole modello e così via.

C’è poi l’Esposizione Internazionale dell’Amicizia, un enorme museo scavato nelle montagne che raccoglie in centinaia di sale tutti i regali ricevuti dai leader dalle delegazioni straniere. Curiosità tutta veneta: tra le innumerevoli cianfrusaglie esposte come se fossero inestimabili cimeli e conservate ad una temperatura polare grazie all’aria condizionata, anche un piatto da Montagnana col leone di San Marco. Non mancano infine le tappe negli splendidi templi buddisti, fra rovine dell’antica dinastia Koryo sopravvissute ai saccheggi dei giapponesi e agli indiscriminati bombardamenti aerei statunitensi durante la Guerra di Corea. Ovunque dominano le effigi e le statue di bronzo dei Kim nei pressi delle quali è doveroso comportarsi con la dovuta deferenza e all’occorrenza inchinarsi in segno di omaggio. La pulizia delle strade, impeccabile, tradisce una cura quasi maniacale per i dettagli tanto che ci si sente in colpa a gettare un mozzicone di sigaretta a terra. Tutto merito dei “volontari”, spiegano le guide, che si impegnano quotidianamente a tagliare l’erba dei prati col falcetto o ad incitare i lavoratori sventolando bandiere rosse e cantando slogan rivoluzionari in occasione del prossimo piano quinquennale.

Incrociando gli sguardi della gente comune per strada si percepisce un singolare misto di indifferenza, diffidenza e curiosità nei nostri confronti. La Corea del Nord è infatti uno degli stati più ermetici ed etnicamente omogenei al mondo e generalmente i nordcoreani non sono abituati al contatto con gli stranieri. Si ha quindi l’impressione di essere visti come degli alieni, delle interferenze. I bambini invece, forse non ancora plasmati dalla propaganda, sfoderano ampi sorrisi spontanei e salutano entusiasti al nostro passaggio. Ma il discorso cambia quando passeggiamo in un affollatissimo parco durante la festa nazionale della Liberazione dal Giappone. Qui intere famiglie, lontane per un momento dall’asfissiante controllo politico, si godono picnic tradizionali rilassandosi accanto a laghetti di fiori di loto. I ragazzi giocavano a pallavolo e tiro alla fune, i vecchi si sfidavano a scacchi, le donne ci invitavano a mangiare, danzare e cantare con loro. Passatempi semplici normali e genuini di un altro tempo, verrebbe da dire: «vedete? Siamo come voi, non viviamo sulla luna», ci rassicurano le guide.

Tuttavia non si può fare a meno di notare la disciplina delle comitive di studenti e lavoratori in visita ai luoghi simbolo della città. Ognuna ha un capo che ordina tutti diligentemente in fila seduti per quattro in attesa del proprio turno. Nessuno fiata. Tutto ciò svela l’alto grado di irreggimentazione della popolazione, che comincia fin dai primi anni di scuola e continua col servizio militare obbligatorio per tutti, uomini e donne. Lo si vede al circo quando arriviamo in ritardo e le nostre guide ordinano agli spettatori locali di spostarsi di una fila per fare spazio a noi, stranieri. Eseguono senza una parola di protesta. Lo si vede anche al Luna Park dove fanno aspettare i ragazzi in fila per far salire prima noi, turisti. Anche qui tutti calmi e pazienti. Oppure a tavola nei lussuosi ristoranti rigorosamente per turisti dove veniamo serviti e riveriti da perfette inservienti in vestito tradizionale e rimpinzati di cibo che un comune mortale probabilmente si sogna. Questo trattamento di favore, penso, è dovuto all’evidente desiderio delle nostre guide di metterci a nostro agio e farci tornare in patria con un’impressione più che positiva.

Nelle campagne, che si aprono subito a dismisura e senza soluzione di continuità appena usciti dalla città, si respira un clima molto meno organizzato e rigoroso, povero. Ampie risaie, campi di grano e villaggi di paglia e fango dominano un dolce paesaggio bucolico vergine ed incontaminato. Crocicchi di persone che caricano a piedi o in bici pesanti sacchi di raccolto siedono ai bordi di strade piene di buche prendendosi un momento di riposo dopo lunghe e faticose camminate. Nei campi i contadini lavorano a mano o con aratri trainati da grossi buoi all’ombra, anche qui, di immancabili slogan e poster di propaganda che illustrano gli obiettivi di produzione raggiunti. Si ha così l’impressione di trovarsi scaraventati indietro in un tempo dominato ancora dai valori tradizionali della società rurale, che da noi in Occidente sono solo un ricordo.

Cosa può dunque capire un turista straniero di questo popolo se il contatto con i locali è limitato a qualche veloce passeggiata per strada, nella metro o nei parchi? L’unico modo è parlare con le proprie guide. E’ quello che ho fatto una sera in particolare quando mi sono soffermato a bere Soju e grappa di serpente in un bar dell’hotel in compagnia di una mia guida, la compagna Pak, e di altri nordcoreani locali. Pak è stata 4 anni a studiare a Parigi e ha quindi conosciuto l’affluenza del cosiddetto mondo “libero”. Eppure dalle sue parole traspariva chiaramente un’affezione genuina ed emozionale ai valori del suo paese. Le altre mie guide, i compagni Li e Kim, mi spiegano meglio: il popolo nordcoreano è come una grande monolitica famiglia riunita attorno ai grandi leader, i “padri” che “sono sempre nei nostri cuori”. «Non abbiamo niente da invidiare», recita un loro famoso slogan.

Questo attaccamento non è facile da comprendere per gli occidentali anche perché raggiunge vette epiche di idolatria. Un esempio è il Palazzo del Sole Kumsusan, un enorme mausoleo di marmo che i nordcoreani chiamano “cuore della Corea” dove i corpi imbalsamati di Kim Il Sung e Kim Jong Il riposano nel loro “stato eterno” vegliati da soldati con kalashnikov d’argento. Per accedere alle gigantesche sale dei feretri di cristallo, a cui ci si deve inchinare una volta per lato, c’è tutto un lungo percorso preparatorio in tapiroulant costellato di quadri dei leader impegnati in incontri con i vari capi di Stato del mondo. Prima del fatidico incontro si deve addirittura passare attraverso ad un tunnel che ti spara aria addosso per “purificarti”… Nelle altre sale sono poi esposte le macchine i vagoni del treno e le barche usate dai leader quando erano in vita con tanto di mappa gigante di tutti i loro viaggi. Non mancano saloni dedicati alle centinaia di titoli accademici ad honorem conferitegli dalle autorità di tutto il mondo (ci sono pure improbabili diplomi insigniti da alcune città italiane, tra tutti anche uno del Comune di Meolo…).

Questa idolatria (o “rispetto” come preferiscono dire loro) ha delle radici profonde. Sempre bevendo allegramente insieme alle mie guide, chiesi a Pak la principale differenza tra il Nord e la Corea del Sud. «L’indipendenza», mi rispose. La Corea ha infatti alle spalle una lunga storia di sopraffazione: prima l’efferato colonialismo giapponese poi la divisione della penisola ad opera delle potenze straniere (Usa in primis) con il corollario della brutale Guerra di Corea. E’ questo sanguinoso passato che ha generato la mentalità d’assedio che si respira immancabilmente ad ogni angolo del paese. Il “Grande Leader compagno Kim Il Sung” è venerato come il liberatore della patria dalle ingerenze straniere e come il fondatore di una repubblica indipendentebasata sui valori tradizionali coreani che i fratelli del Sud hanno dimenticato per colpa dell’imperialismo americano. «Ma perché non vi aprite al mondo esterno e cessate il vostro isolamento?» gli domando. «Non vogliamo diventare come loro», cioè come noi, mi spiegano alludendo al mondo capitalista.

E la riunificazione? Il loro sogno è creare una confederazione in modo pacifico e senza imporre il sistema socialista, ma deve essere lo stesso popolo coreano a decidere il proprio destino una volta ottenuto (diplomaticamente, dicono) un trattato di pace definitivo e il ritiro delle forze Usa dalla penisola. Quando mi separo dalle guide all’aeroporto mi rimane un po’ di amaro in bocca: ho l’impressione di lasciare questo paese senza averlo capito fino in fondo. Ho visto una facciata imbellettata, ma che ne è delle ombre (di repressione, di mancanza di libertà di espressione) accuratamente nascoste dal regime? Mi lascio alle spalle un popolo estremamente dignitoso e orgoglioso, ma i cui pensieri e desideri individuali sono imperscrutabili. Troppe domande mi rimbalzano ancora in testa e quando il mio cellulare resuscita improvvisamente all’atterraggio in Cina, realizzo di essere appena uscito da una gigantesca bolla.

Alessandro Mussolin