D’Alema contro Renzi. Cioé contro se stesso

Baffino fa a pezzi la riforma costituzionale e la gestione renziana del Pd. Un caso di malcelata invidia politica

Se ti piace il sarcasmo a badilate, la saccenza a tonnellate, la dialettica da consumato mattatore, e provi masochisticamente gusto a fartela raccontare da un uomo di sicuro spessore intellettuale come ormai pochi nell’agone politico, allora ascoltare Massimo D’Alema é un piacere di cui non puoi privarti. Ieri sera furoreggiava sul palco del festival “Fornaci Rosse” a Vicenza da par suo: massacrando la riforma costituzionale del «ragazzo» Matteo Renzi, definita «inutile e confusa», che tramite il «combinato disposto con la legge elettorale, è pensata solo per garantire il potere di una persona», nel più perfetto «berlusconismo» sia pur di risulta; contrapponendo il metodo dell’assemblea costituente del 1948, con «De Gasperi e Togliatti che scrissero insieme la Costituzione in piena Guerra Fredda», a quello di un voto sì/no su 44 articoli modificati in un sol colpo, a cui lui, presidente della Fondazione Italianeuropei, contro-proporrà «mezza paginetta cambiando solo 3 articoli»; facendo a pezzi il “nuovismo” del premier e segretario del Pd, andando a scovare e ridicolizzare la postfazione renziana al classico “Destra e Sinistra” di Norberto Bobbio, in cui il rottamatore fiorentino sostituiva la discriminante uguaglianza/disuguaglianza con quella, oggettivamente puerile, vecchio/nuovo; denunciando la «disfatta» del suo partito alle ultime amministrative, con le clamorose sconfitte a Torino e Roma; mettendo in guardia chi, anche nel pubblico, paventa un ritorno della destra al governo in caso di vittoria del no al referendum costituzionale: «con l’Italicum si va al ballottaggio col Movimento 5 Stelle, e noi abbiamo già perso 19 balottaggi su 20»; fissando una massima per stigmatizzare il renzismo che intruppa i Verdini e allontana il popolo di sinistra: «l’identità non é ciò che fai ma ciò che sei»; raccontando malignamente il gustoso aneddoto di Palmiro, un “compagno” che, vestito da cavaliere medievale a Narni, lo ferma per dirgli che lui, sua moglie, i suoi figli, le sue nuore e tutti i suoi parenti non voteranno più per il Pd, «né ora né mai».

Spassosamente luciferino, il Baffino. E assolutamente incontestabile nel merito. Ma, come dire, molto lacunoso su di sé. Perché se da un lato Renzi é senz’altro ideologicamente disinvolto, politicamente cinico, umanamente arrogante, dall’altro tutte queste caratteristiche potrebbero benissimo essere attribuite a lui, a D’Alema. Non fu lui negli ultimi anni ’90 ad abbracciare la “terza via” con Clinton e Blair, una sorta di sinistra ultra-moderata e liberista temperata, che voleva inglobare il centro per strappare voti a destra superando il vecchio modello di socialdemocrazia e demolendone l’identità storica a colpi di precarizzanti pacchetti Treu (eredità prodiana) e bombardamenti Nato alla Serbia, solo per citarne due di clamorose? Non fu forse lui a far comunella con Berlusconi, finendo alla fine scaricato, tentando una riforma costituzionale in senso decisionista (stesso identico obiettivo dell’odiato Renzi), differenziandosi perché scelse di farlo con una commissione bicamerale anziché con l’azzardo di un referendum (che comunque si sarebbe dovuto fare)? Non fu il Lìder Maximo a cadere sulle elezioni regionali del 2000 perché vi aveva legato orgogliosamente il destino del suo esecutivo, per altro nato due anni prima sulle macerie del governo Prodi, in un cambio della guardia interno al centrosinistra che, di contro alle piccate ricostruzioni dalemiane, a qualcuno ha ricordato quello fra Renzi e Letta?

Sarà anche uno statista, D’Alema, se confrontato con l’imberbe Renzi. Di certo, il colto e intelligente (troppo intelligente, così tanto da combinarne di catastrofiche, anzitutto per se stesso), la mente fina D’Alema svetta, fra i nani che popolano oggi il Palazzo. Ma in realtà la bile che gli colava dalla bocca deriva dall’invidia per un ragazzotto di Firenze che potrebbe riuscire a realizzare quel che voleva realizzare lui. Solo che lui, certe sparate e certe finte ingenuità da homo novus della politica non poteva permettersele, non potendo far dimenticare (nè peraltro volendolo) il suo passato di dirigente comunista fin già da bambino. Gli brucia da morire, a Massimo, l’adolescenziale libertà di parola e d’azione di Matteo. Ecco perché adesso va sostenendo e sottolineando che ora anche lui – sottinteso: finalmente! – ce l’ha, non avendo più posti nel partito da difendere e, dice, nessuna aspirazione politica da perseguire. Non c’é niente da fare: anche i cervelli più raffinati pagano pegno ai propri sentimenti più profondi. Ieri sera, D’Alema era un distillato di purissimo e comprensibilissimo livore.

(ph: da Ansa/Samantha Zucchi tramite huffingtonpost.it)