BpVi e Vb, la schizofrenia di Atlante

Nei tribunali si fa muro contro i soci sui finanziamenti “baciati” fidi-azioni. Ma appena due-tre mesi fa i nuovi gestori avevano promesso di agire contro i responsabili

Le cause che i soci della Banca Popolare di Vicenza hanno intentato e intenteranno per vedersi risarciti del denaro perduto per aver sottoscritto “operazioni baciate” (l’istituto erogava un fido e contestualmente un finanziamento, se investito in azioni dell’istituto stesso) trovano una risposta di secco e totale rifiuto: secondo l’azionista pressocché unico della BpVi, il fondo interbancario Atlante, le “baciate” effettuate negli ultimi anni dell’era Zonin rispettavano l’articolo 2358 del Codice Civile in quanto la banca era una cooperativa, e non una società per azioni. E’ la stessa tesi dei difensori di Vincenzo Consoli, l’ex direttore generale e amministratore delegato di Veneto Banca finito ai domiciliari: «il finanziamento al socio» andava considerato «come fisiologico e legato al rapporto mutualistico tipico delle banche popolari».

Come ha più volte sottolineato il Giornale di Vicenza nel dare la notizia la settimana scorsa, da questa posizione discende l’impossibilità oggettiva, per gli attuali gestori della banca, di muovere l’azione di responsabilità verso l’ex management passato. Per intenderci, l’ex consiglio d’amministrazione presieduto da Gianni Zonin. La società Quaestio Sgr, società che controlla Atlante, non potrebbe infatti chiedere i danni sul capitale accusato d’essere fittizio nel momento in cui, nelle aule di tribunale, sostiene che quel capitale era perfettamente in regola. Resta da capire, allora, che senso acquistano oggi le parole del presidente di Quaestio, Alessandro Penati (in foto), nelle note inviate sia alla Popolare di Vicenza, sia a Veneto Banca (anch’essa sotto il cappello operativo di Atlante), là dove aveva chiesto ai nuovi cda insediatisi rispettivamente il 9 giugno e l’8 agosto scorso di «avviare tutti i passi necessari per un’azione di responsabilità nei confronti di chi si è reso colpevolmente responsabile del dissesto della banca» (BpVi) e di proseguire «senza indugio e con grande determinazione l’azione di responsabilità nei confronti di chi ha agito contro la interesse della banca, provocando perdite gravissime per i suoi soci, individuando i singoli profili di colpevolezza» (Vb). Ufficialmente, in ogni caso, dopo le notizie sulla diga alzata nei tribunali Quaestio-Atlante non si è pronunciata sulla “deduzione” riguardante l’azione risarcitoria contro gli ex. E nelle regole dell’informazione, una non-smentita vale come conferma.

Il problema, tuttavia, resta. Penati e i neo-vertici hanno il compito di rivalutare e rimettere in sesto i due istituti gemelli, ripristinando la fiducia degli azionisti storici (il famoso “territorio”) e dei mercati, e rianimando gli indici di raccolta (i clienti). Soci e clienti, spesso, combaciano, come si è appunto visto negli aumenti di capitale 2013 e 2014. Delle due l’una: o Atlante si é rimangiata nei fatti l’azione di responsabilità che aveva promesso a parole, ma allora non si capisce come intenda recuperare quel clima di fiducia indispensabile a ripartire; oppure il silenzio ufficiale su questo punto potrebbe nascondere, di contro alla consuetudine cui si accennava sopra, il mantenimento dell’impegno messo per iscritto e firmato da Penati. E allora bisognerebbe sapere come conciliare il niet in sede giudiziaria con il sì all’azione di responsabilità (che però, è bene ricordarlo, quanto a chi dirigeva la BpVi si potrebbe comunque tentare sui 103 milioni di euro spariti in tre fondi in Lussemburgo: qui un nostro approfondimento). Sarebbe il caso, per il bene delle due banche e per il rispetto dovuto ai soci “azzerati”, che venga fatta chiarezza. Ufficiale, non ufficiosa.

Ph. Lapresse