Il nome dei Roi e il lascito a Cavazzale

La benefica eredità dei marchesi non é legata solo alla fondazione presieduta fino a poco tempo fa da Zonin…

Il nome del vicentino Giuseppe “Boso” Roi é legato indissolubilmente all’omonima fondazione che, dopo la morte nel 2009, ha lasciato in eredità al sistema museale di Vicenza. Al netto della burrasca finanziaria, politica e mediatica in cui la onlus é finita in seguito alla gestione del cda capeggiato dal suo ex presidente (ed ex presidente di BpVi) Gianni Zonin, ci sono tuttavia piccoli segnali in controtendenza positiva per onorarne la memoria come merita. E che dimostrano che l’eredità del marchese e della sua famiglia, intesa per esteso sul piano sociale, é ancora vitale, nonostante la gestione della fondazione. Un esempio si trova a Cavazzale, popolosa frazione di Monticello Conte Otto, alle porte di Vicenza.

Lì, a due passi dalla stazione, in piazza Trieste, c’è il grande edificio del dopolavoro che i Roi eressero per i lavoratori della propria fabbrica tessile. Certo a quei tempi si avvertiva già la paura di ciò che fu la Rivoluzione d’Ottobre ed iniziative come quella erano anche pensate per controllare i dipendenti, e non solo per alleviarne la fatica. Nonostante tale paternalismo di rimbalzo, c’era un’idea complessiva di società che forse oggi si è completamente estinta sulla spinta della globalizzazione: «Al marchese Giuseppe Roi (che poi è il nonno del nobile che porta lo stesso nome e lo stesso cognome che nel 1988 diede vita appunto alla Fondazione Roi, ndr) le maestranze del suo canapificio con memore riconoscenza posero», sta scritto sotto un busto dello stesso marchese nell’atrio di quell’edificio che oggi é di proprietà della parrocchia di San Matteo e sede di un plesso polivalente, con scuola dell’infanzia e spazi per attività e laboratori. In alto, sotto la trabeazione d’ingresso, c’è un’altra iscrizione: «Questo edificio per l’onesto svago dei suoi operai venne innalzato dal Marchese Giuseppe Roi… MCMXXVI». L’ala destra è occupata da una piccola filiale di un istituto di credito. Gli infissi in tutto l’edificio sono nuovi di zecca, i vani interni perfettamente utilizzabili: «stiamo cercando di apportare qualche altra piccola miglioria alla fruibilità di quegli spazi» spiega il parroco Franco Corradin, che coi fedeli ci ha messo una decina d’anni di fatica per ridare smalto all’ex dopolavoro. Qualche passante, per la verità, si lamenta per la presenza di una agguerrita comunità di piccioni che ha trasformato il portale-atrio, caratterizzato da un neoclassicismo dei primi del XX secolo, in una toilette a cielo aperto per volatili: penne, piume, guano, fazzoletti di carta depositati con una stratificazione ormai ultraestiva, che si vedono… e si sentono all’olfatto.

Ma in realtà «basterebbero un po’ di volontari e tre ore di lavoro per tirare tutto a lucido, tutto come si confà ad un bell’edificio come quello», suggerisce un altro passante che sta andando a pendere il trenino che porta fino a Schio. Il quale sembra avere l’aria soddisfatta di chi comunque sa che quello stabile è un bene a disposizione della comunità. Sarà il fato? Sarà l’Altissimo? Sarà la buona volontà del parroco che un paio di anni fa si è anche meritato il titolo di cittadino delll’anno? Sarà il buon senso dei suoi collaboratori? Certo è che l’influenza della BpVi su quel palazzo sembra lontana. Anche perché la filiale ospitata tra quelle mura non è dell’istituto di via Framarin bensì della Banca San Giorgio Quinto e Valle Agno. Sia chiaro: non è pubblicità. Solo ironia della sorte.

ha collaborato Alessio Mannino