Luca Romano: «riforme, D’Alema é contro… D’Alema»

L’ex Presidente del Consiglio perseguiva gli stessi obiettivi di Renzi. Ma sembra dimenticarsene

Ieri il direttore di questa testata, Alessio Mannino, ha compiuto un atto che si potrebbe definire “eroico” nel suo splendido isolamento rispetto al sistema dell’informazione politica. Ha infatti descritto il livore contro il premier che ha caratterizzato l’ultima prestazione pubblica in terra vicentina di Massimo D’Alema. Il direttore ha colto la chiave psicologica per spiegare il vero e proprio odio manifestato in questa occasione dal lìder maximo contro Renzi e la proposta di riforma costituzionale, tra l’altro già approvata in sei letture dal Parlamento. E’ molto strano che da parte di importanti commentatori politici, non si sia ancora fatto osservare a Massimo D’Alema che con il No alla riforma Costituzionale entra in contraddizione, come dice Mannino, con… Massimo D’Alema.

Prendiamo l’ultimo libro in cui sono presenti le sue idee, “Controcorrente” uscito per Laterza nel 2013, in merito a tre pilastri della riforma: il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari e la riorganizzazione delle competenze Stato – Regioni per superare la conflittualità del titolo V modificato nel 2001. Parafrasando il famoso Pereira di Tabucchi, sostiene D’Alema: “La verità è agli atti: la Bicamerale, se avesse avuto successo, sarebbe stata un’operazione positiva per il Paese. Basta pensare al superamento del bicameralismo perfetto, alla riduzione del numero dei parlamentari, al riordino della giurisdizione e a tanti altri nodi tuttora irrisolti, che ancora pesano sulla vita istituzionale e sociale del Paese” (Controcorrente pag. 45). Il bicameralismo perfetto fu voluto nel 1948 per tutelare l’Italia nell’uscita dal Fascismo e nell’incipiente guerra fredda in modo da imbrigliare il governo e indebolire chiunque avesse vinto le elezioni. Sostiene D’Alema una verità che è agli atti: di avere sempre voluto il superamento del bicameralismo perfetto.

Ma ancora più stupefacente è la questione del titolo V sui poteri di Stato e Regioni. Sostiene D’Alema: la riforma del 2001 fu voluta da Veltroni per “intercettare il sentimento federalista della Lega” (Controcorrente pag. 42). Ma – sostiene D’Alema – quello sbaglio va corretto nel senso che i problemi del mondo contemporaneo richiedono un ruolo più forte della statualità. Un concetto ribadito in numerosi passaggi del libro, ma forse con una perentorietà che non ammette discussioni in un’intervista sulla sconfitta elettorale nel 2008: “E dico questo senza pregiudiziali di alcuna sorta, ma perché ho l’impressione che il grado di popolarità delle amministrazioni regionali sia basso. E che ci sia, semmai, bisogno di rafforzare e rendere efficace lo Stato, il governo del paese e che la chiave vera di una riforma possibile sia proprio questa”. La citazione è nella rivista “ItalianiEuropei” n. 2 del 2008 di cui è direttore.

Quindi, e non da oggi, e con puntigliosa coerenza, D’Alema ha queste posizioni sui pilastri della riforma costituzionale. Sostiene D’Alema: quello che è ancora più pericoloso è il collegato riforma costituzionale e riforma elettorale l’“Italicum”. Quale sarebbe la principale “colpa” dell’Italicum? Quella di semplificare il quadro politico evitando che vincano coalizioni divise e rissose, in cui minoranze estremiste siano sempre nelle condizioni di ricattare la stabilità del governo. Esattamente ciò che è successo con la disastrosa esperienza dell’Unione e del governo Prodi tra il 2006 e il 2008. Sostiene D’Alema in tutti i suoi scritti che tutte le innovazioni volute dalla sua idea di centrosinistra non si sono fatte per colpa delle coalizioni divise e rissose. E, allora, che facciamo?

Luca Romano