«”Buona Scuola” di Renzi: va fatta, ma non di fretta»

Quaglia, dirigente dell’ufficio scolastico provinciale di Verona, sull’avvio di anno scolastico più incasinato mai visto

Un anno di fuoco. E’ quello che attende la scuola, e anche a Verona si ammette di non aver mai visto un avvio di anno scolastico così incasinato. La riforma, quella che porta il numerino magico di “legge 107” del 2015, battezzata dal premier Matteo Renzi come “Buona Scuola”, sta mettendo a dura prova anche uno navigato come il professor di belle lettere Stefano Quaglia. Uno che il cursus honorum in un ministero complesso come quello dell’Istruzione – andrà in pensione nel 2018 inoltrato – lo ha percorso tutto.

Da bravo insegnante di greco e poi preside, come si chiamavano un tempo, quindi ispettore regionale, è semplice e chiaro: la riforma va bene, va fatta rapidamente, ma non precipitosamente, perché la sua attuazione è complessa. Sottolinea come forse sarebbe stata necessaria una gradualità diversa, anche perché gli stessi sindacati sono disorientati. Luccicano gli occhi al professor Quaglia quando parla di studenti e di scuola, così nel nostro colloquio mette i puntini su una premessa. «E’ emblematico – dice – che dopo un terribile terremoto, che stavolta ha colpito il Centro Italia, la zoomata sia stata fatta su quelle pareti crollate della scuola di Amatrice. Questo è molto significativo. Negli anni del Belice e del Friuli non era avvenuto. Significa che il Paese ha capito cos’è la scuola e quant’è importante. E’ il più complesso sistema del Paese». E come per il terremoto, il riassetto organizzativo passa attraverso fratture e riaggregazioni, che con nuovi percorsi portano a imprevedibili assetti. Dimostra di avere le idee chiare il professor Quaglia, anche perché è materia che mastica, anno più, anno meno, dal 1998. E’ un’idea maturata in anni di discussioni. «E’ finita – dice scandendo le parole – l’idea che il docente sia agganciato a una scuola. Oggi si lavora nell’ambito scolastico. E’ finito il concetto di soprannumerario e di un sistema rigido. Certo, serviva una diversa gradualità e questo rende tutto più tremendo».

Vediamolo nel concreto per il nostro territorio…
Oggi in Veneto ci sono 26 ambiti e così il dirigente generale incontra 26 responsabili di rete. Ogni ambito è più piccolo di una provincia e più grande di un istituto. La Provincia (che non c’è più) di Verona ha 4 ambiti: Lago-Baldo, Villafranchese, Sanbonifacese ed est e il Sud. La città di Verona con i suoi distretti, si suddivide nei primi tre ambiti, ognuno dei quali avrà 25-30mila studenti. E’ un sistema geniale, ma serve un riassetto. Non si può negare che il problema sia l’attuazione. E le risorse, che vanno ripartite per numero di studenti.

E i docenti? Si è parlato di organico potenziato…
C’è un pacchetto di docenti sulla base della programmazione e delle necessità dell’istituto. E’ un cammino difficilissimo. Sarà più semplice alle elementari dove ci sarà un organico normale e uno di sostegno. Più complicato è alle medie e alle superiori dove ci sono le differenziazioni per classi di concorso. Come si fa ad essere sicuri degli insegnanti che servono? In Provincia di Verona per esempio ci siamo trovati con 15 figure di docenti di materie giuridico-economico che non si sapeva dove mettere. Ora i presidi chiameranno dalla disponibilità dei docenti dell’ambito ai quali sarà fatto un contratto periodico, che ora è triennale.

Ma se hai necessità di professori di filosofia e hai solo quelli di matematica, o viceversa, che si fa?
Serve un parterre di docenti calibrato sulle necessità dell’ambito. Certo è un lavoro lungo e complesso, mentre le esigenze sono immediate, ma sono convinto che a Verona non ci troveremo in difficoltà a soprattutto non avremo buchi. Verona è una delle prime in Italia ad aver costituito le cosiddette reti d’ambito. C’era solo un dirigente critico, ma ha firmato anche lui. Io, per esempio, farò 4 riunioni territoriale per i nostri 4 ambiti.

Fioccano in questi giorni le pomiche per il concorsone, che avrebbe mietuto tante vittime…
Quello dell’arruolamento resta un tema delicato, perché non si dice che tipo di concorso si debba fare, per titoli, per titoli ed esami. L’ultimo assetto prevede che il laureato faccia quello che si chiama tirocino formativo attivo, che ti dà l’abilitazione, ma non ti dà l’accesso all’insegnamento. Per quello serve il concorso, che si fa sulla …preparazione educativa. E qui sono nati i problemi per la diversificazione dei test. C’è stata nel nostro caso la mano dura in musica, con una tipologi di prove… difficilissima. Ricordo che a Verona sono stati fatti 7 concorsi, con una media di bocciati del 33 per cento, che è una cosa normale. Ebbene, in musica, a Padova, la percentuale dei bocciati è salita al 66 per cento, con il brano che dopo essere stato composto doveva anche essere eseguito… Si torna allora al tema dell’attuazione della riforma. Allora, per alcuni concorsi (lingua 2 è concluso) copriremo i posti messi a bando, in qualche caso no. Scienze, per esempio, finirà a ottobre, ma non significa che non ci saranno insegnanti: Non ci saranno insegnanti stabili, ci saranno supplenti.

Avanti dunque su questa strada…
Il concorso è lo strumento per coprire i posti, ma a una condizione: che venga fatto ogni 2 anni e non ogni dieci. Così, finita questa tornata, va bandito subito il prossimo. Con un’altra condizione: regole più semplici per l’arruolamento dei commissari. Stavolta ci siamo trovati ad agosto a ricorrere ai presidi. Servono commissioni permanenti e un gruppo di docenti stabili in grado di trasmettere con umiltà la loro esperienza, persone competenti nella loro materia, che sanno cosa vuol dire entrare in classe ogni mattina. Occorre creare un sistema consapevole. E poi oggi, un docente non può stare in una classe con alunni che hanno l’età dei suoi nipoti.

Nel riassetto del sistema ci sta anche l’ufficio territoriale…
Certo, occorre personale amministrativo. Va bene lo stato leggero, ma non quello impoverito. E noi in questi anni ci siamo impoveriti. A Verona, per pensionamenti, abbiamo perso 7 impiegati. Se faccio il conto di 36 ore settimanali, in un anno ho perso 13 mila ore di lavoro. Per coprire questi buchi ho attinto dal comparto scuola, i segretari per intenderci. Così ho gravato sulle scuole e a loro va il mio ringraziamento. Ma con 7 concorsi da seguire, se i 4 amministrativi che ho preso ritornano alle loro sedi… io chiudo il Provveditorato.

Abbiamo iniziato parlando del terremoto e allora chiudiamo con le questioni del terremoto: con la sicurezza scolastica come stiamo?
In Veneto ci sono circa 5 mila edifici scolastici, ma la loro è un’anagrafe che va continuamente aggiornata. Solo che dopo quella del 2009 non si sa più nulla. Ricordando peraltro che con un decreto del consiglio dei ministri si specificava di occuparsi delle questioni strutturali, ma… anche di quelle non strutturali. E così si è finito per occuparsi solo di quelle non strutturali e cioè delle plafoniere. E invece sul territorio serve una squadra che segua le modifiche degli istituti che nascono e chiudono. Serve un sistema amministrativo che non c’è. Un’anagrafe aggiornata, che ripeta i controlli. Devo dire che i Comuni hanno fatto la loro parte e che c’è una generazione di nuovi sindaci che ha preso molto a cuore la questione della sicurezza delle loro scuole. Sapeste su quante palestre siamo intervenuti.

Nostalgia per l’insegnamento?
Per latino e greco e per 15 anni all’università, ma c’è anche uno sviluppo nella gradualità della formazione. Senza dimenticare che siamo lì per i ragazzi, dove la scuola è per l’uomo e non l’uomo per la scuola.