«Charlie Hebdo, sdegno ipocrita»

Francamente il vespaio sollevato dalla vignetta di Charlie Hebdo non mi stupisce. Come non mi stupisce che le furiose reazioni di sdegno abbiano costretto gli autori a spiegarne il significato, quasi a doversi giustificare. Non c’è cosa peggiore quando la satira te la devono spiegare perché non la capisci o non la vuoi capire. Ma dov’è finita la memoria storica della generazione cresciuta con il Male, il Cannibale e Frigidaire (i precursori italici dell’Hebdo)?

Ancora una volta ci ritroviamo a disquisire – abbastanza stancamente direi – sull’intangibilità del diritto di satira: giusto, sacrosanto, senza condizioni. E fin qui tutti d’accordo. Ma è davvero solo questo il punto fondamentale della questione, ovvero la difesa di un diritto scontato – benché scomodo – tralasciando il messaggio che cerca di veicolare? Parlare della satira di Charlie Hebdo definendola caustica, dissacrante e spesso greve è una verità che ben si può assurgere al rango di assioma. Ma se un diritto di satira esiste – seppur nella sua versione più becera – è altrettanto vero che non vi è obbligo alcuno del pubblico di esserne fruitori a qualsiasi costo.

All’ipocrita reprimenda che costantemente ammorba i social in occasioni come queste auspicherei di gran lunga una pudica ma più onesta strafottenza. Sicuramente qualche voce in meno da aggiungere al coro unanime del buonismo ce la potremmo così risparmiare. Manco per idea. E’ ormai acclarato che lo sdoganamento della comunicazione di massa attraverso i social va a braccetto con quel bisogno viscerale quanto spasmodico di dire la propria a qualunque costo, anche quando non si ha nulla di nuovo e interessante da dire.

Perché se è vero che la libertà d’espressione è un diritto garantito, altrettanto non si può dire per quella ad un chiassoso sproloquio. Se a ciò si aggiungono le dimostrazioni di empatica ipocrisia attraverso gli sms o i bucatini solidali di cui questo giornale ha giustamente scritto, arriviamo all’apologia della meschinità umana. E qui sta il punto. Il linguaggio di Charlie Hebdo è volutamente crudo. Raggiunge il lettore con la veemenza di un pugno nello stomaco. Ma non è una violenza gratuita o di dileggio nei confronti del dolore.

Una visione troppo riduttiva che serve solo ad affrancarsi dalle proprie responsabilità. Perché seppelliti i morti col rispetto che meritano sarebbe finalmente ora di iniziare a porsi dei seri interrogativi. Non è servito del resto con la foto del piccolo Aylan Kurdi sulla spiaggia di Bodrum, come non sono servite le foto dei cadaveri sotto le macerie dell’ospedale di Aleppo. Solito copione. Solita italica ipocrisia. Per una volta il silenzio sarebbe stata la miglior risposta rispetto a questa vacua ed assordante retorica. Chissà quando impareremo l’arte di tacere.

Ercole Dalmanzio