Aeroporto Catullo, i veronesi facciano mea culpa

Che Verona sia diventata ancella di Venezia, é ormai un fatto. Ma la responsabilità va ricercata nel passato. Ed é tutta locale

Anche questa estate non ha portato i frutti sperati. La stagione estiva infatti forse risolleverà un po’ i bisognosi conti dell’aeroporto Catullo di Verona, ma non cambierà la tendenza generale del Catullo come ancella del Marco Polo (luglio 2016: Verona 392 mila passeggeri, contro 1,1 milione Venezia), sicché il futuro dell’aeroscalo scaligero resta un mistero, anche sotto il controllo del fin troppo abile Enrico Marchi (Save). D’altronde, così come è concepito, il “matrimonio” tra l’aeroporto di Venezia e quello di Verona è una mésaillance, uno di quei connubi che una volta si volevano evitare, tra un ricco e un povero, tra uno bello e uno brutto. Dove ovviamente il povero e brutto è Verona-Villafranca e i conti, anche se non saranno più in rosso, non permetteranno mai ai veronesi di esprimere appieno tutte le loro potenzialità.

La cosa potrà non dispiacere a molti, ma è un altro segno della decadenza di Verona come centro economico, politico e culturale e di conseguenza anche un sintomo della difficile situazione di tutto il Veneto. Sono lontani anni luce i giorni in cui Verona poteva fare la voce grossa in Regione, forte della propria influenza politica, del peso delle proprie aziende e delle sue banche. In cui poteva svolgere un ruolo essenziale di cerniera con la Lombardia, di corridoio nord-sud, di snodo essenziale per un Veneto (allora) ricco. Il Veneto povero di oggi non ha bisogno di Verona, anzi come nel caso classico dei capponi, gli interessi dell’est dominante (Ve-Tv-Pd) tendono a schiacciare quelli dei veronesi, anche se in generale è tutto il Nordest a contare poco sul piano nazionale, fermo al palo su troppi fronti. Ma non è colpa del babau, perché è Verona, con la sua classe dirigente (si fa per dire!), ad aver determinato questo declino, ad aver portato anche la società che gestiva l’Aeroporto Catullo sull’orlo del baratro, di fatto fallita. Gli altri hanno solo raccolto i cocci.

Verona-Villafranca è uno di quei (molti) aeroporti italiani, nati grazie alla generosità dell’Aeronautica Militare, che con il 3° Stormo villafranchese aveva uno delle basi più importanti del nord Italia, e che poco alla volta aveva accettato di cedere le proprie infrastrutture all’aviazione civile e alle comunità locali. Forse proprio per il motivo che quando una cosa non si paga poi finisce inevitabilmente in fumo, dopo un periodo di crescita, che avrebbe potuto portare Verona a divenire uno degli aeroporti più importanti d’Italia, fu il declino e il disastro. Prima la tragedia dell’Antonov (un aereo che precipita al decollo per scarsi controlli non è un gran biglietto di presentazione), poi l’insensato acquisto di Brescia-Montichiari, quindi la disastrosa gestione dell’era Bortolazzi (un imprenditore tipografico, molto portato in palmo di mano dalla politica locale), affari e accordi sbagliati e il colpo di grazia dei suoi successori, mentre affioravano svariate situazioni di mescolanza tra spese pubbliche e utilità privata, segno di una consuetudine gestionale che non poteva che portare al fallimento. E alla fine l’arrivo dei cavalieri bianchi, che notoriamente hanno a cuore obiettivi differenti dallo sviluppo del territorio.

A questo punto la vicenda meriterebbe un profondissimo mea culpa da parte di tutti i veronesi, dal momento che se non cambierà radicalmente la situazione proprietaria e gestionale, il destino dell’aeroporto Catullo è segnato e tanto varrebbe chiuderlo subito. Ma nulla di tutto questo si intravvede. Anzi. Le lamentele di questi giorni di alcuni esponenti politici veronesi contro la gestione di SAVE sono la ciliegina sulla torta della irresponsabilità e dell’incapacità di questi decenni. Piangere sul destino cinico e baro di istituzioni veronesi importanti (Cariverona, Banco Popolare, Fondazione Arena, Autostrada Serenissima, Fiera Verona e Aeroporto) che la classe politica locale ha solo concorso a distruggere, suona un po’ da insulto all’intelligenza dei propri concittadini. I frutti (cioè i conti in ordine) rivelano il profeta, e purtroppo chiacchiere e malaffare indicano quasi sempre solo il politico di turno.