Brunetta e la deriva estremista di Forza Italia

Il partito berlusconiano si é ridotto a fare opposizione anche su ciò che condivide, a prescindere. E così si sradica dal Veneto moderato

In politica succede, non infrequentemente, che un partito, in quel momento all’opposizione, veda le sue idee e le sue proposte portate avanti dal partito di governo. È sempre accaduto, accade più spesso ora, dal momento che le identità e le distinzioni sono più evanescenti e i confini tra i programmi dei vari partiti più incerti. Quando ciò accade, il partito che vede in qualche modo usurpate le proprie proposte può reagire in due maniere: porre in luce l’incoerenza degli avversari e compiacersi del fatto che hanno dovuto ripiegare dalle proprie alle altrui posizioni. Oppure reagire con stizza, aggressività e sdegno. Magari pretendendo scelte ancor più radicali, tanto per marcare la differenza.

È ovvio che il primo atteggiamento è costruttivo e utile, il secondo è distruttivo e nocivo. Con il primo si dà conto dell’avvicinamento delle posizioni e si contribuisce all’aumento della coesione sociale. Con il secondo si trasforma la dialettica politica in un’arena in cui è importante più abbattere gli avversari che occuparsi dei problemi dei cittadini. È altresì ovvio che nelle democrazie più efficienti prevale il primo atteggiamento. Nelle democrazie in cui prevale il secondo è assai più difficile governare i processi.

Inutile dire, perché è sotto gli occhi di tutti, che in Italia è assolutamente dominante il primo atteggiamento. Basti pensare alle scomposte e contraddittorie reazioni di quel che resta di Forza Italia di fronte alla politica del governo Renzi. Finché rimase in piedi il cosiddetto patto del Nazareno, Berlusconi considerava l’ex sindaco di Firenze un giovane promettente e con idee condivisibili. E anzi si rammaricò di non poterlo annoverare tra i suoi. Forza Italia votò la riforma istituzionale e sostenne di fatto il governo con una formula che, quando, al di là di quello che se ne dice ora, si chiamavano le cose col loro nome, si sarebbe definita “appoggio esterno”.

Caduto il patto del Nazareno per l’improvvida scelta di Mattarella a Capo dello Stato, la posizione di Forza Italia si è rovesciata. Quello che andava bene prima, non è andato più bene. Quello che prima si era votato, adesso si combatte aspramente. E a condurre le danze, naturalmente, sono gli esponenti più esagitati, nel nostro caso Renato Brunetta. In questo modo, però, si tira la volata agli elementi più radicali della destra e si rende assai arduo ogni tentativo, come quello di Parisi, di riportare un po’ di calma e di moderazione. Soprattutto si facilita il compito delle forze antisistema, della cui pericolosità il mondo politico pare avere ancor meno avvertenza di quella che mostrano gli operatori dei mass media, sempre pronti a corteggiare e a lusingare tutto quello che di nuovo si affaccia sulla scena politica, a prescindere dai contenuti e dai meriti. Esattamente quello di cui il nostro Paese ha meno bisogno.

Spiace poi assai che a guidare questa radicalizzazione delle posizioni di Forza Italia sia proprio un veneto, quel Brunetta di cui si diceva. Il Veneto si è sempre caratterizzato per la prevalenza di posizioni moderate. Lo stesso Zaia si sforza di apparire come l’esponente di un’ala equilibrata nella Lega a trazione salviviana. Non si capisce come a Brunetta sfugga che il suo esagitarsi contribuisce non poco allo sradicamento di Forza Italia dal Veneto, una regione che in tempi non lontani diede a questo partito grandi soddisfazioni. È assai improbabile, però, che ci sia un ripensamento: qualche volta, contro il carattere, non c’è intelligenza che tenga.