Veneto Banca e quelle “baciate spudorate”

Dalle carte del Gip romano un caso emblematico per capire come funzionavano gli scambi fidi-azioni

Oggi lunedì 5 settembre è un giorno cruciale per Vincenzo Consoli. L’ex direttore generale e amministratore delegato di Veneto Banca avrà la possibilità di dimostrare davanti al Tribunale del Riesame che le motivazioni che lo hanno condotto agli arresti domiciliari non hanno fondamento giuridico. Nelle 162 pagine vergate dal Gip romano Vilma Passamonti, tuttavia, non ci sono soltanto i quindici indagati, ma uno scenario in cui emergono altri elementi meritevoli di attenzione.

VALORI ANNACQUATI
Tra i primi passaggi di rilievo descritti da Passamonti ce n’è uno che non lascia spazio ad interpretazioni, allorquando il Gip ricostruisce la condotta generale tenuta dall’istituto. Una condotta additata in ragione della prassi tesa alla erogazione di «linee di credito e finanziamenti a favore di azionisti della capogruppo… con la precipua volontà di evitare gli stessi affidati smobilizzassero dette partecipazioni… comunque con finalità a vario titolo collegabili alla acquisizione di pacchetti azionari della banca, con l’effetto di determinare, in concreto, un livello del portafoglio “azioni proprie” più elevato di quello contabilmente riscontrabile con conseguente annacquamento del capitale dell’istituto per circa 157 milioni di euro». Dello stesso tenore sono le annotazioni che sempre a pagina 24 seguono poco dopo, quando si parla di portafoglio prestiti sovente normalizzato pur in presenza di «sintomi di insolvenza in capo agli affidati». Una situazione opaca che avrebbe portato a fare emergere in sede ispettiva (non a caso tra i reati contestati c’è l’ostacolo alla Vigilanza): «maggiori perdite per 192 milioni».

STIZ, CARLESSO, ZOPPAS, BIASIA NEL MIRINO
A pagina 26 la giudice affonda: «… frequente rilascio di linee di credito, anche corpose, a parti correlate (soprattutto esponenti di vertice della banca stessa), talvolta in probabile violazione dell’articolo 136 del Testo unico bancario. Tra i soggetti affidati si citano, in particolare, il sindaco Michele Stiz ed il consigliere Attilio Carlesso, rispettivamente con affidi ad incaglio per 23,6 e 9,1 milioni di euro (rilasciati alle realtà aziendali a loro riferibili oppure collegabili). Ad essi si aggiunge anche il consigliere Luigi Terzoli il cui figlio, attraverso la Finver Agricola Immobiliare srl, annovera una apertura di credito per 1,65 milioni di euro. Si rilevano altresì – prosegue la dottoressa Passamonti – finanziamenti, peraltro rinnovati a seguito di sconfino, a favore di ulteriori consiglieri, quali Gianfranco Zoppas, Francesco Biasia, Flavio Trinca, nonché tramite le rispettive coniugi, Alessandra De Faveri e Anna Maria Savastano, Franco Antiga e Vincenzo Consoli». Si tratta delle conclusioni cui in prima battuta era giunta Bankitalia e che in parte erano state anticipate da Il Sole 24 Ore.

ANTI-RICICLAGGIO
Quel che invece é stato meno evidenziato sui media é il passaggio sulle «carenze nel dispositivo antiriciclaggio». Per collocare con precisione anche sul piano storico la vicenda, Passamonti prende a esempio la storia di una finanziaria milanese, la Fin Pro, come caso emblematico della pratica dei “finanziamenti baciati”. «Nel 2013 infatti vengono rilasciati alla Fin Pro spa finanziamenti per sei milioni, condizionati alla acquisizione da parte della società di pacchetti azionari di Veneto Banca per complessivi tre milioni di euro (…) con modalità operative caratterizzate da marcati profili di criticità. Negli anni precedenti 2010/2012 si riferisce di tre distinte compravendite mobiliari realizzate dalla Fin Pro spa con controparte Veneto Banca (…) In cambio Fin Pro avrebbe ricevuto uno sconto fatture per 1,2 milioni nonché finanziamenti per 500mila». Tale investimento, sempre stando all’ordinanza «risulta eseguito “allo scoperto”, ovvero con risorse proprie della Fin Pro spa, tenuto conto che soltanto in data 24 dicembre 2012 la società si è vista rilasciare due mutui del valore complessivo di 530mila euro…».

«DECOZIONE»
Nel provvedimento il giudice fra l’altro descrive un contesto di grande difficoltà del tutto simile a quello di molte imprese che hanno a che fare con gli istituti bancari e che da questi spesso sono costrette in una condizione di inferiorità forzata, fatto denunciato più volte da imprenditori medi e piccoli e che non di rado hanno portato a drammi personali. In relazione ad uno stato sull’orlo della «decozione» che nel 2013 gravava sulla finanziaria meneghina, il Gip basandosi sugli elementi acquisiti al fascicolo del pm (il numero è il 60908/14 R.G. NR mentre il fascicolo Gip è il 11229/15 GIP) scrive che la società, vista la difficoltà a chiedere l’intervento delle banche, prova a puntare sull’aiuto di nuovi partner privati. Si tratta di investitori brianzoli di Seregno disponibili ad intervenire con un supporto stimabile tra il milione e mezzo ed i tre milioni di euro. Questi però avrebbero tuttavia proposto di «subordinare il loro impegno all’impianto di un sistema di leva finanziaria uno a due. In sostanza – riassume il magistrato – il loro apporto non era destinato sic et simpliciter all’utilizzo in azienda, ma doveva costituire la base di garanzia per potersi nuovamente rivolgere al sistema bancario al fine di reperirvi, ovviamente a debito, risorse doppie rispetto a quelle messe a disposizione». Un intervento salasso che nonostante l’interessamento iniziale di Fin Pro alla fine l’amministratore della stessa spa, Roberto Gatti, finisce per considerare negativamente. Anche perché Veneto Banca per acconsentire ai prestiti poneva «come condizione l’acquisto di tre milioni di euro in azioni di VeBa da eseguirsi verosimilmente con risorse rivenienti dagli stessi imprenditori brianzoli».

«SPUDORATEZZA»
Ma con questi ultimi che sembrano sfilarsi dopo una trattativa che il Gip definisce «opaca» e con gli istituti di vigilanza che hanno acceso i riflettori su Montebelluna, alcuni aspetti della operazione appaiono troppo sfacciati anche per i manager dello stesso istituto. Lo dimostra una e-mail intercettata dagli inquirenti e inviata da un dipendente dell’area lombarda di Veneto Banca a un suo collega: «… ho riflettuto sulla possibilità di utilizzare il prefinanziamento per l’acquisto dei titoli sarebbe troppo spudorato ed avendo gli ispettori di Banca d’Italia in casa penso che non me lo lasceranno fare è difficile giustificare come mai… do tre milioni per acquistare azioni di VeBa…». La trattativa tra Fin Pro e l’istituto del Montello, come ricorda il Gip comunque non si arena: «La successiva evoluzione dei fatti avrebbe visto Veneto Banca proporre a FinPro una linea di finanziamento da sei milioni di euro, tuttavia vincolata al preventivo acquisto di azioni della banca per ben tre milioni di euro»… Con un aggravio dal momento in cui «almeno tre milioni di euro dovevano essere contro-garantiti da società di credito e da garanzie reali».
In sostanza, il Gip evidenzia tre punti salienti: uno, il tentativo da parte della banca di forzare l’acquisto di un pacchetto di azioni della stessa banca, la classica “operazione baciata” che saranno i giudici a stabilire se illecita o meno; due, il tentativo da parte di alcuni imprenditori inseritisi nella querelle fra banca e Fin Pro di usare quest’ultima per un’operazione finanziaria spericolata; tre, la spa meneghina che viene messa alle corde da un rapporto di forza con la banca a vantaggio di quest’ultima. Una storia che può fare da esempio di altre. Se ne avete da segnalare, scriveteci: