«8 per mille alle moschee per fermare il terrorismo»

Sul caso di Meriem Rehaily, la ventenne di Arzegrande (Pd), di origine marocchine, radicalizzatasi e andata a rimpolpare le fila dell’Isis, il Corriere del Veneto ha intervistato l’imam delle comunità islamiche del Veneto Kamel Layachi. Come fermare la radicalizzazione dei musulmani, segnatamente quella dei giovani? «Dobbiamo mantenere vivo il contatto con i giovani musulmani che non frequentano le sale di preghiera», afferma Layachi, «creare spazi di ascolto dove possano raccontare il loro disagio, essere aiutati a capire una notizia e interpretare una realtà complessa senza correre il rischio di cadere nella trappola del web e dei manipolatori».

Insomma, tutto l’opposto rispetto alla chiusura delle moschee e dei centri culturali. «Meriem non frequentava la moschea ma la Rete», osserva l’Imam. «È lì, vittima di una solitudine che forse non si sarebbe manifestata in questo modo se avesse avuto l’occasione di frequentare giovani musulmani equilibrati e inseriti nella società, ha incontrato manipolatori capaci di fare leva sulle sue fragilità». Layachi è stato chiamato a far parte della commissione anti radicalizzazione voluta dal governo: qui rilancerà «la proposta a suo tempo avanzata da D’Alema di destinare anche all’Islam l’8 per mille».

«Per svolgere al meglio la nostra missione educativa, formativa e di prevenzione», spiega, «abbiamo bisogno di imam preparati e di una logistica accogliente, aperta, alla luce del sole, in cui i ragazzi si sentano a casa, al centro della città, non emarginati in un ghetto, in una banlieu in stile Molenbeek. Solo così potremo essere attori e non solo spettatori della lotta alla radicalizzazione. Più che una proposta, il mio è un grido d’aiuto». Questa proposta educativa non andrebbe a sosttituire la scuola, bensì piuttosto il ruolo delle famiglie, spesso formate da immigrati di prima generazione, il cui ruolo educativo risulta spesso inadeguato: per la stragrande maggioranza si tratta di «genitori poco acculturati, che non hanno studiato, in difficoltà di fronte a figli che quasi non riconoscono più come tali. Molte mamme e molti papà sono analfabeti digitali, non sanno usare internet e pensano che la soluzione sia tenere i loro ragazzi a casa, non farli uscire. Neppure si rendono conto che è il mondo ad entrare in casa: basta accendere il computer in cameretta».

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