La setta dei tifosi-fedeli. E poi ci sono i laici

Ritratto delle due tipologie di amanti del calcio. Di cui una é nettamente minoritaria

Non è facile oggi essere tifoso. Comunque vada, ci si trova a dover fare delle scelte impegnative. Da quelle esistenziali, tipo: tifo solo per la squadra della mia città (anche se la Champions e lo scudetto sono un sogno) o tifo anche per uno squadrone che mi faccia sognare? A quale setta di tifosi voglio appartenere? A quella dei fedeli o a quella dei laici? E poi ci sono le scelte contingenti: faccio anche quest’anno l’abbonamento o è meglio pagare le rate del mutuo? Vado allo stadio o mi guardo le partite al bar? Compro le telecronache di Sky o mi accontento delle sintesi della televisione locale? Insomma, non c’è mai pace. Soprattutto d’estate, fra la fine di un campionato e l’inizio del successivo. Per forza di cose manca lo stadio, ci si deve accontentare delle congetture sul mercato, delle notizie dei giornali e delle televisioni, in attesa che ricominci tutto con il Raduno, il Ritiro e il Precampionato.

La setta dei tifosi-fedeli è quella più numerosa. Per loro la squadra è – appunto – una fede. Una fede che dura per tutta la vita, che si insegna e tramanda a figli e nipoti. Comporta anche la fedeltà, come verso la moglie (o il marito). In qualche caso il tifoso è bigamo e allora non è ben visto ma è appena tollerato dal tifoso-talebano. «Io amo solo la mia squadra, però tifo anche per la Juventus» egli ammette, cercando consolazione ad anni di frustrazioni domestiche con i successi del grande club metropolitano. Il vero tifoso però è monoteista e il calcio fuori delle mura non gli interessa.

Per il tifoso-fedele la sua squadra non si discute, si ama e basta. Quello che fanno il presidente e l’allenatore (anzi “il mister”, come ha imparato a dire dai giornalisti delle televisioni locali) è vangelo. Sui giocatori è più flessibile. Se giocano bene, sono idoli. Se arriva qualche sconfitta, diventano subito delle schiappe. Oppure non amano i colori sociali, non sono attaccati alla maglia. Se la sconfitta è stata pesante, c’è subito qualche tifoso che denuncia di aver visto i giocatori in discoteca la sera della vigilia del match.

Il tifoso-fedele crede fermamente che i calciatori siano tutti innamorati della sua squadra, che non siano mai stati tanto bene come nella sua città, che vadano a dormire con la gloriosa maglia che indossano in campo. In questa credenza sono aiutati dalle interviste dei calciatori stessi che, come da istruzioni dell’addetto stampa, tutti indistintamente dichiarano quanto sopra. Il tifoso-fedele non ammette che il giocatore voglia cambiare squadra, a maggior ragione se è il capitano, che per definizione è “la bandiera”. E se cambia squadra, è come minimo un mercenario. Il tifoso-fedele perdona tutto tranne la retrocessione. Però pochi mesi dopo rinnova l’abbonamento: «Stavolta lottiamo per la promozione!».

Poi c’è il tifoso-laico. Minoranza assoluta. Certo, in lui ci sono attaccamento e attenzione, ma non vive tutta la settimana, tutto l’anno di riflesso alla squadra. La setta dei laici non legge solo i giornali locali, non segue solo le trasmissioni televisive con conduttori e opinionisti altrettanto tifosi. Cerca di capire, di farsi una idea, di analizzare. Non si scandalizza se un calciatore chiede il trasferimento perchè sa che è un professionista con una carriera molto breve. Ama e ricorda i giocatori-simbolo ma sa bene che il calcio è cambiato e certe figure sono ormai merce rara. Il tifoso-laico non pende dalle labbra del presidente o dell’allenatore (chiamarlo “mister” gli sembra proprio ridicolo), non si fa incantare dalle promesse di inizio stagione o di nuova gestione.

Se la squadra gioca male, non è nichilista ma rinuncia a guardare la partita successiva. Il tifoso-laico è stufo di anticipi-posticipi-spezzatini televisivi, di essere costretto ad andare allo stadio in pieno inverno con temperature polari. Non capisce perchè il mercato duri fino a campionato iniziato e si riapra a metà stagione, o meglio capisce che le motivazioni di queste tempistiche assurde non sono solo tecniche. Difficile essere un tifoso-laico, che deve vivere la sua passione fra la consapevolezza che il calcio non è più un gioco o uno sport ma solo un grande show televisivo e la effimera, irrazionale, campanilistica gioia di una vittoria della squadra che comunque ama.