M5S, Di Maio sapeva delle tensioni venete

La recente uscita di Borrelli, plenipotenziario 5 Stelle a livello regionale, prova a mettere ordine in una compagine rissosa. Ma non si parla di punizioni

«Su alcuni aspetti hanno ragione gli attivisti… l’atteggiamento dei consiglieri non è stato corretto… nei confronti degli elettori». Le parole dell’eurodeputato trevigiano David Borrelli comparse già da ieri sui media veneti, pur improntate alla abituale prudenza, hanno il sapore di un verdetto: sulla questione degli assegni di fine mandato e su addebiti consimili che sarebbero contenuti in una corposa relazione nota a pochi, la base ci ha visto giusto. Sul piano politico e interno si cambierà registro, ma di punizioni, espulsioni, allontanamenti o di richieste di dimissioni, non se ne parla nemmeno. È questo, a leggerlo in filigrana, il succo del messaggio lanciato da Borrelli, il quale anche in ragione del rapporto stretto maturato negli anni con Beppe Grillo e con i Casaleggio, è il plenipotenziario veneto dei Cinque Stelle.

DIVISIONI D’APPARATO
Adesso come adesso è difficile capire come si muoverà il battaglione degli attivisti dissenzienti (i cui detrattori ritengono essere in qualche modo coordinati dalla pasionaria rodigina e consigliere regionale Patrizia Bartelle) che da sei mesi almeno pone il tema della condotta etica degli altri colleghi a palazzo Ferro Fini, a partire da Erika Baldin e Simone Scarabel, senza dimenticare anche le punture di spillo verso l’ex capogruppo Jacopo Berti. Il j’accuse mosso ai tre, anche se con sfumature ben diverse, è noto: poca trasparenza nella gestione delle dinamiche interne, poca trasparenza nella rendicontazione delle spese e delle trattenute sull’emolumento, volontà di creare una struttura parallela non ben definita. Come accade anche negli altri partiti i protagonisti della vicenda, si guardano bene dal mettere sul tavolo le carte. Il che vale per tutti, anche per Bartelle. Da questo punto di vista il M5S paga lo scotto di qualsiasi altra aggregazione politica, quello per cui le frizioni e le divisioni interne sono all’ordine del giorno (il che non è negativo di per sé), anche se il carattere specificatamente “grillino” è che spesso le divisioni non siano tanto su questioni prettamente politiche, ma personali o di gruppi d’influenza. Il caso veneto, da questo punto di vista, é emblematico.

BOATI ROMANI
Ora, come mai la presa di posizione di Borrelli è arrivata proprio in questo momento? Una spiegazione va ricercata nella burrasca scoppiata nel M5S Stelle romano dopo la deflagrazione del caso Muraro. Tra guerre intestine, presunte pressioni di pezzi della destra romana su alcuni settori dei Cinque Stelle locali, cambi di casacca, sgambetti in seno alla giunta e nell’entourage del primo cittadino Virginia Raggi, a uscirne ridimensionato è stato Luigi Di Maio: uno dei membri del cosiddetto direttorio nonché vicepresidente della Camera. Il quale ha ammesso di avere sottovalutato la grana giudiziaria che ha lambito l’assessore all’ecologia Paola Muraro. Sulla cui vicenda peraltro si addensano le nubi di una eccessiva vicinanza politica alle giunte Alemanno, Veltroni e alle ragioni dei favorevoli agli inceneritori, che dai 5 Stelle sono da sempre avversati. Come le viene rinfacciata una vicinanza eccessiva alla galassia del re capitolino delle discariche Manlio Cerroni. Così riporta, tra gli altri, Popoff quotidiano, che ieri pubblicava una sintesi ragionata dei retroscena forniti Repubblica e Corsera e Il Fatto: quest’ultimo per di più analizza da vicino la dura accusa lanciato dall’ex assessore al bilancio Marcello Minenna in tema di nomine volute dalla Raggi. E non meno tenero è Paolo Mondani, giornalista di Report, tra i più profondi conoscitori delle viscere della politica romana.

VENETO, DI MAIO NON INTERVENNE
Ed è proprio alla luce del ridimensionamento di Di Maio che i nodi nel Veneto sarebbero venuti al pettine. Il motivo – queste sono le indiscrezioni che circolano a Montecitorio come a palazzo Ferro Fini – è semplice: il vicepresidente della Camera venne informato delle tensioni interne ai 5 Stelle veneti e dei dossier sulla gestione della contabilità da parte di alcuni consiglieri in due occasioni precise. La prima, a fine novembre 2015, quando lo stesso Di Maio fu impegnato in un tour di beneficenza per le vittime del tornado che nel luglio dello stesso anni aveva sconvolto la riviera veneziana del Brenta. All’epoca il numero due di Montecitorio si cimentò anche come cameriere e la cosa ebbe parecchio risalto sui media locali. La seconda occasione è dei primi di aprile, quando Di Maio, denunciando le incongruenze dell’affaire Pfas davanti al tribunale di Vicenza, incontrò una foltissima delegazione di parlamentari e consiglieri veneti. In entrambi le occasioni, e specie nella seconda, sempre Di Maio, così dicono i boatos in seno al movimento, esortò i veneti a cercare una soluzione unitaria. Ma soprattutto invitò le alte sfere dei Cinque Stelle al livello regionale a non far trapelare sui giornali il contenuto di eventuali dossier  qualificandosi in qualche modo come il garante di ultima istanza affinché le varie anime trovassero un punto di equilibrio (un atteggiamento che sarebbe stato considerato dalla base troppo attendista, se non inerte). Ma proprio la perdita di peso, magari temporanea, da parte di Di Maio (al centro della foto, in visita al tribunale di Vicenza), avrebbe ridato vigore alla protesta della base veneta quasi si trattasse di un sistema di vasi comunicanti. Ed è per evitare il deteriorarsi della situazione che sarebbe intervenuto proprio Borrelli. Che la partita sia delicata lo dimostra anche il comportamento dei parlamentari veneti: tranne qualche rara eccezione, sono rimasti sempre in silenzio.