Decreto Galletti sui pfas, l’imbarazzo del Pd

Il partito di maggioranza per mesi aveva assicurato un intervento serio sul caso Miteni, ma non si è speso per difendere l’ultimo provvedimento del ministro

Era facilmente prevedibile che le novità introdotte dalla Regione Veneto, ma soprattutto dal ministero dell’ambiente, in materia di derivati del fluoro, avrebbero avuto ampia eco, anche sulla stampa nazionale: del caso di contaminazione da Pfas tutto si può dire tranne che non sia un affare maledettamente serio. Il governo, più precisamente il ministro dell’ecologia Gian Luca Galletti (in foto) ha tentato un primo passo, mettendo nero su bianco in un decreto ministeriale del 6 luglio una serie di soglie che superano di sei-sette volte i valori di guardia precedentemente identificati dall’Istituto Superiore della sanità.

La discussione, anche a livello scientifico, sulla nocività di tali sostanze (più nello specifico si tratta dei composti Pfas di ultima generazione, quelli a catena corta che ancora oggi vengono prodotti dalla Miteni di Trissino, l’impianto al centro della querelle), è ancora in corso. Ma come risulta da più parti emergono alcune evidenze che non depongono a favore di questi prodotti. Il che avrebbe dovuto indurre Galletti e i suoi dirigenti a tenere in ben altra considerazione il principio di precauzione che è costantemente richiamato in quella disciplina europea rispetto alla quale il proprio il decreto del 6 luglio costituisce l’atto di adempimento da parte dello Stato italiano.

Epperò il governo si é ben guardato dall’illustrare pubblicamente, magari con un passaggio in Veneto, le ragioni che hanno portato a definire quei limiti, che le opposizioni, M5S in primis, hanno immediatamente ribattezzato come un regalo agli inquinatori, descrivendo il provvedimento come «nebuloso» e redatto su basi scientifiche poco chiare. Lo stesso silenzio si è registrato anche da parte dei parlamentari della maggioranza del Pd, che in passato si erano detti pronti a fare fuoco e fiamme affinché la norma introducesse, col fine ultimo della tutela della salute e dell’ambiente, parametri ben più stringenti. Un input era venuto anche dal consigliere regionale Cristina Guarda (area Pd, Lista Moretti) che l’8 maggio, giorno della manifestazione contro la Miteni, aveva sparato a palle incatenate sulla fabbrica trissinese sottolineando che l’acqua è un bene comune e prezioso che va messo a disposizione «prima dei cittadini, poi dell’agricoltura» e solo alla fine «dell’industria».

Oggi a difendere il decreto del centrista Galletti (noto alle cronache per la sua militanza nell’Udc e per la sua battaglia contro il referendum per l’acqua pubblica) della maggioranza parlamentare non c’è un cane. Il segno evidente di questo imbarazzo è che a presidiare il bidone, nel Pd, sia stato Luigi Creazzo, responsabile provinciale del Pd vicentino in materia di ambiente, il quale sul Giornale di Vicenza ha tentato una difesa d’ufficio parlando di inutili allarmismi da parte delle opposizioni e di pericolosità delle sostanze non ancora acclarata sul piano scientifico (affermazione in parte inesatta, peraltro). La cosa ridicola è che alla fine del suo intervento, tra le righe ma non troppo, ha ammesso che il rimedio, ovvero il decreto, è un palliativo; anche perché sul piano dei fatti a comandare è la produzione industriale: «… finché si produrranno componenti che non si possono degradare, e non parliamo solo di Pfas, ci troveremo sempre, ad inseguire e rattoppare: serve una svolta culturale ed economica di ampio respiro». Campa cavallo.